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UMBERTO
SABA
Saba è poeta modernissimo, malgrado la sua distanza da ogni poetica
contemporanea, almeno agli inizi, e per questo rappresenta uno dei
capisaldi della nostra lirica novecentesca. Certo la collocazione
di Saba nel panorama della letteratura di questo secolo rimane,
per moltissime ragioni problematica. Il suo itinerario è al di fuori
di tutti i tracciati canonici delle poetiche vulgate, delle scuole,
dei movimenti.
Il profilo della sua poesia non
corrisponde ai connotati normalmente richiesti per un'identificazione
in termini di 'contemporaneità' e la sua stessa collocazione ambientale,
il tipo di cultura e di educazione, le vicende umane e la contrastata
fortuna della sua opera cospirano alla configurazione di un isolamento
marcatissimo, senza un passato riconoscibile e senza visibili prospettive
di futuro. Né crepuscolare né vociano, né avanguardista né ermetico,
né simbolista né surrealista, egli continua per tutto il corso della
sua attività a nuotare contro corrente, o in una sua corrente separata,
con la forza istintiva di chi è sicuro di essere sulla traccia della
vera poesia. Per molti versi il destino di Saba assomiglia a quello
del suo concittadino Svevo, che fu ritenuto un epigono provinciale
del naturalismo narrativo quando inaugurava le strutture gnoseologiche
del romanzo contemporaneo.
L'equivoco attorno a Saba nacque proprio in rapporto al suo 'realismo'
che sembrò un residuo ottocentesco quando in realtà offriva attraverso
la fedele registrazione degli aspetti e delle figure del mondo oggettivo
una chiave Psicologica tutta nuova di lettura della realtà. Umberto
Poli, che volle chiamarsi Saba (in ebraico 'pane' in onore detta
madre, piccola ebrea severa e povera), nacque a Trieste nel 1883,
da padre ariano, che abbandonò la moglie prima che ìl figlio nascesse.
Il piccolo fu messo a balia presso una nutrice slovena, Peppa Sabaz,
che egli amò moltissimo al punto da far entrare anche leì nel nome
adottato.
Questi eventi della primissima
infanzia incisero moltissimo sul carattere del futuro poeta, lacerato,
tra assenza del padre, "seno cattivo" della madre, "seno buono"
della balìa (e s'aggiunga ìl conflitto delle due razze, tra le quali
sì sentì dìviso). La madre era donna molto rigorosa, che soffrì
anche di gelosia per l'affetto del figlio verso la nutrice, volle
che il piccolo Umberto fosse educato in maniera rigida e gli fece
anche frequentare le scuole commerciali, che egli peraltro non terminò.
Da ragazzo, fu praticante in
una casa di commercio e s'imbarcò anche come mozzo su un mercantile
che toccava i porti dell'Adriatico: tornato alla casa materna si
gettò da autodidatta nello studio della letteratura italiana, scoprendo
da solo i suoi poeti preferiti, Petrarca e Leopardi. Per accostarsi
dal vivo alla lingua italiana, lui così profondamente dialettale,
fece soggiorni a Pìsa e a Firenze; già nel 1903 pubblicava "Il mio
primo libro di poesia", ripubblicandolo nel 1911, con aggiunte e
varianti, col titolo Poesie (sono il materiale che costituirà le
prime due sezioni del "Canzoniere", "Poesie dell'adolescenza e giovanìli
e Versi militari"). Nel 1908 fece il servìzìo militare volontario
a Salerno e Firenze, dal momento che aveva la cittadinanza italiana
malgrado la residenza a Trieste; al ritorno da questa esperienza
per lui piena di gratificazione affettive, sposò Lina, la compagna
paziente e prezìosa di tutta la sua vita, che gli diede subìto l'altra
Lina, la figlia Lìnuccìa.
Certo molte volte Saba è un poeta
lagnoso, sentimentale, persino indisponente, ma la sua intuizione
dei fondamenti esistenziali ed istintivi di eros e thanatos, cioè
delle pulsioni di vita e di morte è prodigiosa e crea figure liriche
di estrema verità.
POESIE
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- La capra
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- Ho parlato a una capra.
- Era sola sul prato, era legata.
- Sazia d'erba, bagnata
- dalla pioggia, belava.
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- Quell'uguale belato era fraterno
- al mio dolore. Ed io risposi, prima
- per celia, poi perché il dolore è
eterno,
- ha una voce e non varia.
- Questa voce sentiva
- gemere in una capra solitaria.
-
- In una capra dal viso semita
- sentiva querelarsi ogni altro male,
- ogni altra vita.
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- La Malinconia
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- Malinconia
- la vita mia
- struggi terribilmente;
- e non v'è al mondo, non c'è al mondo
niente
- che mi divaghi.
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- Niente, o una sola
- casa. Figliola,
- quella per me saresti.
- S'apre una porta; in tue succinte
vesti
- entri, e mi smaghi.
-
- Piccola tanto,
- fugace incanto
- di primavera. I biondi
- riccioli molti nel berretto ascondi,
- altri ne ostenti.
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- Ma giovinezza,
- torbida ebbrezza,
- passa, passa l'amore.
- Restan sì tristi nel dolente cuore,
- presentimenti.
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- Malinconia,
- la vita mia
- amò lieta una cosa,
- sempre: la Morte. Or quasi è dolorosa,
- ch'altro non spero.
-
- Quando non s'ama
- più, non si chiama
- lei la liberatrice;
- e nel dolore non fa più felice
- il suo pensiero.
-
- Io non sapevo
- questo; ora bevo
- l'ultimo sorso amaro
- dell'esperienza. Oh quanto è mai
più caro
- il pensier della morte,
-
- al giovanetto,
- che a un primo affetto
- cangia colore e trema.
- Non ama il vecchio la tomba: suprema
- crudeltà della sorte.
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-
-
- Fanciulle
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-
- Maria ti guarda con gli occhi un
poco
- come Venere loschi.
- Cielo par che s'infoschi
- quello sguardo, il suo accento è
quasi roco.
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- Non è bella, né in donna ha quei
gentili
- atti, cari agli umani;
- belle ha solo le mani,
- mani da baci, mani signorili.
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- Dove veste, sue vesti son richiami
- per il maschio, un'asprezza
- strana di tinte. È mezza
- bambina e mezza bestia. Eppure l'ami.
-
- Sai ch'è ladra e bugiarda, una nemica
- dei tuoi intimi pregi;
- ma quanto più la spregi
- più la vorresti alle tue voglie amica.
-
-
-
- A mia moglie
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- Tu sei come una giovane
- una bianca pollastra.
- Le si arruffano al vento
- le piume, il collo china
- per bere, e in terra raspa;
- ma, nell'andare, ha il lento
- tuo passo di regina,
- ed incede sull'erba
- pettoruta e superba.
- È migliore del maschio.
- È come sono tutte
- le femmine di tutti
- i sereni animali
- che avvicinano a Dio,
- Così, se l'occhio, se il giudizio
mio
- non m'inganna, fra queste hai le
tue uguali,
- e in nessun'altra donna.
- Quando la sera assonna
- le gallinelle,
- mettono voci che ricordan quelle,
- dolcissime, onde a volte dei tuoi
mali
- ti quereli, e non sai
- che la tua voce ha la soave e triste
- musica dei pollai.
-
- Tu sei come una gravida
- giovenca;
- libera ancora e senza
- gravezza, anzi festosa;
- che, se la lisci, il collo
- volge, ove tinge un rosa
- tenero la tua carne.
- se l'incontri e muggire
- l'odi, tanto è quel suono
- lamentoso, che l'erba
- strappi, per farle un dono.
- È così che il mio dono
- t'offro quando sei triste.
-
- Tu sei come una lunga
- cagna, che sempre tanta
- dolcezza ha negli occhi,
- e ferocia nel cuore.
- Ai tuoi piedi una santa
- sembra, che d'un fervore
- indomabile arda,
- e così ti riguarda
- come il suo Dio e Signore.
- Quando in casa o per via
- segue, a chi solo tenti
- avvicinarsi, i denti
- candidissimi scopre.
- Ed il suo amore soffre
- di gelosia.
-
- Tu sei come la pavida
- coniglia. Entro l'angusta
- gabbia ritta al vederti
- s'alza,
- e verso te gli orecchi
- alti protende e fermi;
- che la crusca e i radicchi
- tu le porti, di cui
- priva in sé si rannicchia,
- cerca gli angoli bui.
- Chi potrebbe quel cibo
- ritoglierle? chi il pelo
- che si strappa di dosso,
- per aggiungerlo al nido
- dove poi partorire?
- Chi mai farti soffrire?
-
- Tu sei come la rondine
- che torna in primavera.
- Ma in autunno riparte;
- e tu non hai quest'arte.
-
- Tu questo hai della rondine:
- le movenze leggere:
- questo che a me, che mi sentiva ed
era
- vecchio, annunciavi un'altra primavera.
-
- Tu sei come la provvida
- formica. Di lei, quando
- escono alla campagna,
- parla al bimbo la nonna
- che l'accompagna.
-
- E così nella pecchia
- ti ritrovo, ed in tutte
- le femmine di tutti
- i sereni animali
- che avvicinano a Dio;
- e in nessun'altra donna.
-
Squadra paesana
-
- Anch'io tra i molti vi saluto, rosso-
- alabardati,
- sputati
- dalla terra natia, da tutto un popolo
- amati.
- Trepido seguo il vostro gioco.
- Ignari
- esprimete con quello antiche cose
- meravigliose
- sopra il verde tappeto, all'aria,
ai chiari
- soli d'inverno.
-
- Le angoscie
- che imbiancano i capelli all'improvviso,
- sono da voi così lontane! La gloria
- vi dà un sorriso
- fugace: il meglio onde disponga.
Abbracci
- corrono tra di voi, gesti giulivi.
-
- Giovani siete, per la madre vivi;
- vi porta il vento a sua difesa. V'ama
- anche per questo il poeta, dagli
altri
- diversamente - ugualmente commosso.
-
-
- Il Borgo
-
-
- Fu nelle vie di questo
- Borgo che nuova cosa
- m'avvenne.
-
- Fu come un vano
- sospiro
- il desiderio improvviso d'uscire
- di me stesso, di vivere la vita
- di tutti,
- d'essere come tutti
- gli uomini di tutti
- i giorni.
-
- Non ebbi io mai sì grande
- gioia, né averla dalla vita spero.
- Vent'anni avevo quella volta, ed
ero
- malato. Per le nuove
- strade del Borgo il desiderio vano
- come un sospiro
- mi fece suo.
-
- Dove nel dolce tempo
- d'infanzia
- poche vedevo sperse
- arrampicate casette sul nudo
- della collina,
- sorgeva un Borgo fervente d'umano
- lavoro. In lui la prima
- volta soffersi il desiderio dolce
- e vano
- d'immettere la mia dentro la calda
- vita di tutti,
- d'essere come tutti
- gli uomini di tutti
- i giorni.
-
- La fede avere
- di tutti, dire
- parole, fare
- cose che poi ciascuno intende, e
sono,
- come il vino ed il pane,
- come i bimbi e le donne,
- valori
- di tutti. Ma un cantuccio,
- ahimé, lasciavo al desiderio, azzurro
- spiraglio,
- per contemplarmi da quello, godere
- l'alta gioia ottenuta
- di non esser più io,
- d'essere questo soltanto: fra gli
uomini
- un uomo.
-
- Nato d'oscure
- vicende,
- poco fu il desiderio, appena un breve
- sospiro. Lo ritrovo
- - eco perduta
- di giovinezza - per le vie del Borgo
- mutate
- più che mutato non sia io. Sui muri
- dell'alte case,
- sugli uomini e i lavori, su ogni
cosa,
- è sceso il velo che avvolge le cose
- finite.
-
- La chiesa è ancora
- gialla, se il prato
- che la circonda è meno verde. Il
mare,
- che scorgo al basso, ha un solo bastimento,
- enorme,
- che, fermo, piega da un parte. Forme,
- colori,
- vita onde nacque il mio sospiro dolce
- e vile, un mondo
- finito. Forme,
- colori,
- altri ho creati, rimanendo io stesso,
- solo con il mio duro
- patire. E morte
- m'aspetta.
-
- Ritorneranno,
- o a questo
- Borgo, o sia a un altro come questo,
i giorni
- del fiore. Un altro
- rivivrà la mia vita,
- che in un travaglio estremo
- di giovinezza, avrà per egli chiesto,
- sperato,
- d'immettere la sua dentro la vita
- di tutti,
- d'essere come tutti
- gli appariranno gli uomini di un
giorno
- d'allora.
-
-
-
- Tre momenti
-
-
- Di corsa usciti a mezzo il campo,
date
- prima il saluto alle tribune. Poi,
- quello che nasce poi,
- che all'altra parte rivolgete, a
quella
- che più nera si accalca, non è cosa
- da dirsi, non è cosa ch'abbia un
nome.
-
- Il portiere su e giù cammina come
- sentinella. Il pericolo
- lontano è ancora.
- Ma se in un nembo s'avvicina, oh
allora
- una giovane fiera si accovaccia
- e all'erta spia.
-
- Festa è nell'aria, festa in ogni
via.
- Se per poco, che importa?
- Nessun'offesa varcava la porta,
- s'incrociavano grida ch'eran razzi.
- La vostra gloria, undici ragazzi,
- come un fiume d'amore orna Trieste.
-
-
-
- L'ora nostra
-
-
- Sai un'ora del giorno che più bella
- sia della sera? tanto
- più bella e meno amata? È quella
- che di poco i suoi sacri ozi precede;
- l'ora che intensa è l'opera, e si
vede
- la gente mareggiare nelle strade;
- sulle mole quadrate delle case
- una luna sfumata, una che appena
- discerni nell'aria serena.
-
- È l'ora che lasciavi la campagna
- per goderti la tua cara città,
- dal golfo luminoso alla montagna
- varia d'aspetti in sua bella unità;
- l'ora che la mia vita in piena va
- come un fiume al suo mare;
- e il mio pensiero, il lesto camminare
- della folla, gli artieri in cima
all'alta
- scala, il fanciullo che correndo
salta
- sul carro fragoroso, tutto appare
- fermo nell'atto, tutto questo andare
- ha una parvenza d'immobilità.
-
- È l'ora grande, l'ora che accompagna
- meglio la nostra vendemmiante età.
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