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SANDRO PENNA

Poeta d'istinto e di grazia, appartiene più alla categoria degli epigrammisti universali che degli artisti legati a scuole, gusti e tedenze di un particolare tempo storico. Nel panorama del nostro '900 Penna è una presenza in fondo misteriosa, non potendo essere assimilato, nella semplicità felicissima del suo luminoso realismo lirico, alle tradizionali categorie della poesia di questo tempo; una semplicità, peraltro, nient'affatto ingenua, la cui limpidezza canora finisce per essere più difficile di tanto complicato ermetismo.

Sandro Penna nacque a Perugia nel 1906 e nella sua città compì gli studi fino al conseguimento del diploma di ragioniere; nel 1929 si trasferì a Roma dove in pratica è poi sempre rimasto. Penna fu sempre insofferente di qualsiasi occupazione fissa, preferendo alla tranquillità di un impiego o di qualsiasi altro lavoro la precarietà delle occupazioni saltuarie, tutte abbastanza strane anche se legate tutte, in un modo o nell'altro al mondo dell'arte.
Penna era un solitario, gelosissimo della sua vita privata, anche se di carattere tutt'altro che difficile; certo su questo influivano molto le sue tendenze omosessuali mai nascoste né nella vita né nella poesia.

La sua prima raccolta, Poesie, uscì a Firenze nel 1939, quando l'autore già collaborava da qualche tempo. Nel 1959 pubblicò Appunti e nel '56, Una strana voglia di vivere. Povero, solitario e malato Penna morì a Roma nel 1976.

Penna nelle sue opere parte sempre da un particolare concreto (di qui il suo specifico realismo, fin dall'inizio anti-ermetico), un gesto, un' impressione, una cosa vista e sviluppata attorno a questo, un breve organismo espressivo, inciso di monismi ripetitivi, rime, allitterazioni che si può interpretare come l'equivalente del fondamentale narcisismo psicologico del poeta.

POESIE

Una strana voglia di vivere

La tenerezza tenerezza
è detta se tenerezza cose nuove dètta.

Un po' di pace è già nella campagna
L'ozio che è il padre dei miei sogni guarda
i miei vizi coi suoi occhi leggeri.
Qualcuno che era in me ma me non guarda
bagna e si mostra negligente: appare
d'un tratto un treno coi suoi passeggeri
attoniti e ridenti - ed è già ieri.


Il gatto che attraversa la mia strada
o bianco o nero stasera mi aggrada.
Ma non mi aggradi tu stanca puttana:
chiuditi con un altro nella tana.

Per averlo soltanto guardato nel negozio
dove io ero entrato sulla soglia
da dove egli usciva è rimasto talmente incantato
con gli occhi tonti ferma la saliva che il più grande gli fece:
Hai rubato?
Poi ne ridemmo insieme tutti e tre ognuno all'altro
tacendo un perché uniti da quell'ultimo
perché che lecito sembrava a tutti e tre.

Ma insieme a tanto urlare di dolore,
te scomparso del tutto dai miei occhi,
perché restava in me tanto fervore ch'io posavo ogni giorno in altri occhi?
Rimase in me di te forse una scia di pura gioventù
se tu scomparso dalla mia scena la malinconia
restava come neve al sol di marzo?

Tra due malandri in fiore
deriso era il mio cuore.
Nel sonno al loro viso perdonai con amore.

Era la vita tua lieta e gentile.
Quando a un tratto arrivò, gonfio d'amore,
un lombrico vestito da signore.
E' quieta la tua vita e senza stile.

Un dì la vita mia era beata.
Tutta tesa all'amore anche un portone
rifugio per la pioggia era una gioia.
Anche la pioggia mi era alleata.

Come è forte il rumore dell'alba!
Fatto di cose più che di persone.
Lo precede talvolta un fischio breve,
una voce che lieta sfida il giorno.
Ma poi nella città tutto è sommerso.
E la mia stella è quella stella scialba
mia lenta morte senza disperazione.

E l'ora in cui si baciano i marmocchi
assonnati sui caldi ginocchi.
Ma io, per lunghe strade,
coi miei occhi
inutilmente. lo, mostro da niente.

Come è bella la luna di dicembre
che guarda calma tramontare l'anno.
Mentre i treni si affannano si affannano
a quei fuochi stranissimi ella sorride.