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CESARE PAVESE

Pavese poeta non è importante come Pavese narratore, ed è nel campo del racconto e del romanzo che bisogna cercare i capolavori dello scrittore piemontese; il primo libro poetico di Pavese, Lavorare stanca, ha avuto il merito di opporsi radicalmente, nel periodo tra le due guerre, alla poetica dell'ermetismo dominante, teso alla ricerca di uno stilismo esasperato entro un 'atmosfera rarefatta di combinazioni analogiche, ma tutta la novità di realismo mitico che quel libro portava non preludeva tanto a sviluppi creativi nell'ambito della lirica in versi quanto alla Preparazione dei ritmi del racconto in prosa che occuperà in maniera preminente lo scrittore fino alla morte.
Compì gli studi a Torino dove il padre, che morì quando Cesare era ragazzo, era cancelliere di tribunale; al Liceo D'Azeglio ebbe come insegnante Augusto Monti, maestro di letteratura e vita morale, e come compagni persone come Franco Antonicelli, Massimo Mila, Norberto Bobblo, Giulio Einaudi. All'Università studiò lettere, specializzandosi in letteratura americana, con una tesi sul poeta Walt Whitman.- era il 1930 e subito dava inizio alla sua attività di traduttore, cimentandosi col capolavoro di Melville Moby Dick, magistralmente voltato in italiano e pubblicato nel '32. I suoi amici sì dedicavano molto all'attività politica, facendo dell'opposizione clandestina al regime fascista ma egli, pur condividendo le loro idee, si manteneva sempre appartato, cercando soprattutto nella scrittura, oltre che nelle nuotate e vogate sul Po cittadino, lo sfogo alle sue profonde malinconie, che fin da giovanissimo gli avevano fatto balenare l'idea del suicidio. Dopo la laurea cominciò anche ad insegnare presso varie scuole pubbliche e private ma la non iscrizione al partito fascista gli fu di ostacolo in questo campo, così che quella del traduttore finì per diventare la sua prima attività (tradusse in quegli anni e in seguito Dos Passos, Faulkner, Anderson, Gertrude Stein, Doe, Joyce).

Attivista del partito comunista clandestino, fu mandato nel 1935 al confino a Brancaleone Calabro, dove rimase fino ai primi mesi dell'anno seguente, quando tornò a Torino la prima cosa che seppe fu che quella donna aveva sposato un altro ed egli, folgorato dalla notizia, svenne sul marciapiede della stazione. Era quella la prima di una serie di gravi delusioni amorose, che via via lo confermarono nella persuasione di non essere adatto a vivere e ad amare: la donna divenne la sua ossessione e il suo mito, disperatamente desiderata e disperatamente irraggiungibile. Quando era ancora a Brancaleone era uscito a Firenze, nelle edizioni della rivista Solaria, il volumetto di Lavorare stanca, le poesie che aveva cominciato a comporre nel 1930; il libretto conteneva già tutta la tematica che lo scrittore avrebbe svolto nell'opera successiva e per questo Pavese lo predilesse sempre in modo particolare. La delusione amorosa per la donna, dalla voce rauca conferma ancora più lo scrittore nella sua vocazione, facendogli sempre più sentire la scrittura come vera e propria alternativa all'esistenza e inducendolo a dare il meglio di sé alla letteratura.

E della fine degli anni Trenta la collaborazione alla casa editrice Einaudi, dove lavorerà fino alla morte con forte impegno culturale Nel 1941 compare proprio presso Einaudi il suo primo romanzo edito, Paesi tuoi, che assicura subito allo scrittore l'attenzione della critica che conta; intanto le vicende della guerra e poi della resistenza lo vedono sempre più defilato rispetto all'impegno che assumono i suoi amici antifascista, fino al ritiro, negli anni cruciali della lotta partigiana, nella casa di campagna della sorella presso la quale visse per tutta la vita.
Pavese raggiungerà i suoi più alti risultati quando rovescerà il rapporto, scoprendo la campagna come mito e infanzia, luogo delle memorie ancestrali che costituiscono la sostanza stessa della persona (e questa è la parabola da Feria d'Agosto a La luna e i falò). Completamente diverse sono le poesie di Verrà la morte, profondamente liricizzate per la presenza al centro dì esse dell'esistenza del poeta, lacerato dalla vicenda amorosa ed esposto ai venti gelidi della disperazione e della morte;figura ossessiva di esse è la donna, assimilata alla terra e alla collina, materna e irraggiungibile, misteriosa e affascinante, simbolo della vita e della morte.

POESIE

Tradimento

Stamattina non sono più solo una donna recente
sta distesa sul fondo e mi grava la prua
della barca, che avanza e fatica nell'acqua tranquilla
ancor gelida e torba del sonno notturno.
Sono uscito dal Po tumultuante e echeggiante nel sole
di onde rapide e di sabbiatori, e vincendo la svolta
dopo molti sussulti mi sono cacciato
nel Sangone. «Che sogno», ha osservato colei
senza muovere il corpo supino guardando nel cielo.
Non c'è un'anima in giro e le rive son alte
e a monte più anguste, serrate di pioppi.

Quant'è goffa la barca in quest'acqua tranquilla.
Dritto a poppa a levare e abbassare la punta,
vedo il legno che avanza impacciato: è la prua che sprofonda
per quel peso di un corpo di donna, ravvolto di bianco.
La compagna mi ha detto che è pigra e non s'è ancora mossa.
Sta distesa a fissare da sola le vette degli alberi
ed è come in un letto e m'ingombra la barca.
Ora ha messo una mano nell'acqua e la lascia schiumare
e m'ingombra anche il fiume. Non posso guardarla
- sulla prua dove stende il suo corpo - che piega la testa
e mi fissa curiosa dal basso, muovendo la schiena.
Quando ho detto che venga più in centro, lasciando la prua,
mi ha risposto un sorriso vigliacco: «Mi vuole vicina?»

Altre volte, gocciante di un tuffo fra i tronchi e le pietre,
continuavo a puntare nel sole, finch'ero ubriaco,
e approdando a quest'angolo, mi gettavo riverso,
accecato dall'acqua e dai raggi, buttato via il palo,
a calmare il sudore e l'affanno al respiro
delle piante e alla stretta dell'erba. Ora l'ombra è estuosa
al sudore che pesa nel sangue e alle membra infiacchite,
e la volta degli alberi filtra la luce
di un'alcova. Seduto sull'erba, non so cosa dire
e m'abbraccio i ginocchi. La compagna è sparita
dentro il bosco dei pioppi, ridendo, e io debbo inseguirla.
La mia pelle è annerita di sole e scoperta.
La compagna che è bionda, poggiando le mani
alle mie per saltare sul greto, mi ha fatto sentire,
con la fragilità delle dita,
il profumo del suo corpo nascosto. Altre volte il profumo
era l'acqua seccata sul legno e il sudore nel sole.
La compagna mi chiama impaziente. Nell'abito bianco
sta girando fra i tronchi e io debbo inseguirla.

 

Lavorare stanca

I due, stesi sull'erba, vestiti, si guardano in faccia
tra gli steli sottili: la donna gli morde i capelli
e poi morde nell'erba. Sorride scomposta, tra l'erba.
L'uomo afferra la mano sottile e la morde
e s'addossa col corpo. La donna gli rotola via.
Mezza l'erba del prato è così scompigliata.
La ragazza, seduta, s'aggiusta i capelli
e non guarda il compagno, occhi aperti, disteso.

Tutti e due, a un tavolino, si guardano in faccia
nella sera, e i passanti non cessano mai.
Ogni tanto un colore più gaio li distrae.
Ogni tanto lui pensa all'inutile giorno
di riposo, trascorso a inseguire costei,
che è felice di stargli vicina e guardarlo negli occhi.
Se le tocca col piede la gamba, sa bene
che si danno a vicenda uno sguardo sorpreso
e un sorriso, e la donna è felice. Altre donne che passano
non lo guardano in faccia, ma almeno si spogliano
con un uomo stanotte. O che forse ogni donna
ama solo chi perde il suo tempo per nulla.

Tutto il giorno si sono inseguiti e la donna è ancor rossa
alle guance, dal sole. Nel cuore ha per lui gratitudine.
Lei ricorda un baciozzo rabbioso scambiato in un bosco,
interrotto a un rumore di passi, e che ancora la brucia.
Stringe a sè il mazzo verde - raccolto sul sasso
di una grotta - di bel capevenere e volge al compagno
un'occhiata struggente. Lui fissa il groviglio
degli steli nericci tra il verde tremante
e ripensa alla voglia di un altro groviglio,
presentito nel grembo dell'abito chiaro,
che la donna gli ignora. Nemmeno la furia
non gli vale, perché la ragazza, che lo ama, riduce
ogni assalto in un bacio c gli prende le mani.

Ma stanotte, lasciatala, sa dove andrà:
tornerà a casa rotto di schiena e intontito,
ma assaporerà almeno nel corpo saziato
la dolcezza del sonno sul letto deserto.
Solamente, e quest'è la vendetta, s'immaginerà
che quel corpo di donna, che avrà come suo, sia,
senza pudori, in libidine, quello di lei.

 

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

 

La terra e la morte

Tu sei come una terra
che nessuno ha mai detto.
Tu non attendi nulla
se non la parola
che sgorgherà dal fondo
come un frutto tra i rami.
C'è un vento che ti giunge.
Cose secche e rimorte
t'ingombrano e vanno nel vento
Membra e parole antiche.
Tu tremi nell'estate