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FILIPPO TOMMASO MARINETTI E IL
MANIFESTO FUTURISTA
La figura di Marinetti si identifica
col futurismo, creatura essenzlmente sua, anche se quella rivoluzione
letteraria i'nvestì un'intera stagione culturale e coinvolse, almeno
per un breve periodo, molti artisti' italiani ed europei. Marinetti,
più che un poeta e uno scrittore in senso stretto, è stato un grande
organizzatore, dotato di eminenti doti di attore e di propagandista
di idee, con un genio della réclame che ben si addiceva ad una poetica
che affiancava esplicitamente la civiltà. della produzione industriale.
Il futurismo rappresentò una scossa benefica per la nostra letteratura,
procurando la rapida circolazione, informa semplificata, delle conquiste
del simbolismo francese dí fine secolo, ma non produsse nessuna
opera poetica veramente originale, è più per il valore documentario
e storico che per quello veramente poetico che si può offrire qualche
scampolo della produzione in versi di Marinetti.
Filippo Tommáso Marinetti nacque da genitori' italiani ad Alessandria
d'Egitto nel 1876 e fece i primi studi nella città natale, nel collegio
dei Gesuiti. Venuto a Parigi, proseguì nella capitale francese gli
studi liceali, trasferendosi quindi a Milano negli ultimi anni del
secolo. "Venni a Milano con una cultura francese, ma invincibilmente
italiano, a dispetto di tutti i fascini parigini". In francese pubblicò
tutta suoi primi libri, il poema epico La conquéte des étoiles (1902)
e le raccolte Destruction (1904), La ville charnelle (1908), Le
monoplane du Pape (1912), il dramma Le roi Bombance (1909) e il
romanzo Mafarka le Futuriste (1910).
La produzione poetica di Marinetti era in gran Parte applicazione
di due elementi strutturali della poesia simbolista, il verso libero
(indipendente cioè da misure metriche prefissate) e l'analogismo,
con l'accostamento di immagini al di fuori della consequenzialità
logico sintattica. Era infondo su questì fondamenti che si basava
anche l'opera di persuasione intrapresa con la fondazione della
rivista Poesia, che ospitò tra l'altro un'importante Inchiesta sul
verso libero, e il famoso Manifeste du Futurisme pubblicato sul
Figaro di Parigi nel 1909.
Fondamento del Manifesto, quindi della poetica futurista, era proprio
il versoliberismo, proposto come liberazione anche ideologica dal
"passatismo" delle forme tradizionali della poesia. Dal punto di
vista dei contenuti ìl Manifesto proponeva il mito della velocità,
rappresentato dalle macchine, e soprattutto dall'automobile e quello
della guerra come ,sola "igiene del mondo". La tecnica dell'annuncio
sul giornale, unita al tono provocatorio delle proposte, assicurò
al futurismo grande risonanza e Martinetti cominciò la sua operazione
propagandistica, attuata soprattutto attraverso le 'Serate futuriste'
che si svolgevano nelle varie città (tumultuose serate bisticcianti
e cazzottatrici), con letture poetiche alternate a spettacoli di
luci e di rumori, sotto la regia di Marinetti, inesauribile nel
rovesciare torrenti di parole e di immagini.
Da buon 'attore' della propria poetica Martinetti fece anche le
sue tournées all'estero, Francia, Germania, Russia, dove fu accolto
benissimo, meditandosi la qualifica di "forza della natura" Per
l'incredibile resistenza oratoria (in una gara d'improvvisazione
ridusse allo stremo delle forze il più loquace avvocato dì Mosca),
oltre che per la capacità di ingurgitare cìbì e bevande all'infinito.
Fu anche detto "caffeina d'Europa" per l'insonne attività volta
ad elettrizzare di sempre nuove trovate il clima passatista del
vecchio continente. Naturalmente, allo scoppio della prima guerra
mondiale, fu tra gli interventisti più scalmanati, avendo fatto
da sempre del nazionalismo estremistico la sua bandiera. Nel 1912
aveva intanto pubblicato il Manifesto tecnico del Futurismo, specificamente
dedicato ai problemi della letteratura, per la quale proponeva la
tecnica delle parole in libertà e della "immaginazione senza fili"
invitando a far "saltare i bulloni" della sintassi ad abolire gli
aggettivi e a fondere dìverse parole in una sola.
Dal campo letterario il futurismo sì estendeva anche gli altri settori
dell'arte, con risultati molto apprezzabili soprattutto in pittura
(Balla, Boccioni, Carrà), oltre che al costume, alla politica e
persino alla cucina. In politica Marinetti era su una linea di esasperato
nazionalismo e imperialismo, così che, all'indomani della guerra,
quando fondò a Milano i "fasci futuristi" non era lontano dalle
idee di Mussolini, del quale anzi fu molto amico e da cui ebbe anche
il titolo di Accademico d'Italia. Dopo che con Zang Tumb Tumb (1914)
e 8 Anime in una bomba (1919) ebbe dato i suoi prodottì futuristici
più tipici, Marinetti cominciò la sua lunga parabola discendente,
continuando a scrivere moltissimo ma con sempre minore mordente,
essendo ormai stata la sua rivoluzione tutta assorbita dal fascismo.
Lo scrittore morì a Bellagio nel 1944.- postumi sono usciti importanti
libri di memorie La grande Milano tradizionale e futurista e Una
sensibilità italiana nata in Egitto.
Avevamo
vegliato tutta la notte — i miei amici ed io — sotto lampade di
moschea dalle cupole di ottone traforato, stellate come le nostre
anime, perché come queste irradiate dal chiuso fulgòre di un cuore
elettrico. Avevamo lungamente calpestata su opulenti tappeti orientali
la nostra atavica accidia, discutendo davanti ai confini estremi
della logica ed annerendo molta carta di frenetiche scritture.
Un
immenso orgoglio gonfiava i nostri petti, poiché ci sentivamo soli,
in quell'ora, ad esser desti e ritti, come fari superbi o come sentinelle
avanzate, di fronte all'esercito delle stelle nemiche, occhieggianti
dai loro celesti accampamenti. Soli coi fuochisti che s'agitano
davanti ai forni infernali delle grandi navi, soli coi neri fantasmi
che frugano nelle pance arroventate delle locomotive lanciate a
pazza corsa, soli cogli ubriachi annaspanti, con un incerto batter
d'ali, lungo i muri della città.
Sussultammo
ad un tratto, all'udire il rumore formidabile degli enormi tramvai
a due piani, che passano sobbalzando, risplendenti di luci multicolori,
come i villaggi in festa che il Po straripato squassa e sràdica
d'improvviso, per trascinarli fino al mare, sulle cascate e attraverso
i gorghi di un diluvio.
Poi
il silenzio divenne più cupo. Ma mentre ascoltavamo l'estenuato
borbottìo di preghiere del vecchio canale e lo scricchiolar dell'ossa
dei palazzi moribondi sulle loro barbe di umida verdura, noi udimmo
subitamente ruggire sotto le finestre gli automobili famelici.
— Andiamo,
diss'io; andiamo, amici! Partiamo! Finalmente, la mitologia e l'ideale
mistico sono superati. Noi stiamo per assistere alla nascita del
Centauro e presto vedremo volare i primi Angeli!... Bisognerà scuotere
le porte della vita per provarne i cardini e i chiavistelli!...
Partiamo! Ecco, sulla terra, la primissima aurora! Non v'è cosa
che agguagli lo splendore della rossa spada del sole che schermeggia
per la prima volta nelle nostre tenebre millenarie! ... —
Ci
avvicinammo alle tre belve sbuffanti, per palparne amorosamente
i torridi petti. Io mi stesi sulla mia macchina come un cadavere
nella bara, ma subito risuscitai sotto il volante, lama di ghigliottina
che minacciava il mio stomaco.
La
furente scopa della pazzia ci strappò a noi stessi e ci cacciò attraverso
le vie, scoscese e profonde come letti di torrenti. Qua e là una
lampada malata, dietro i vetri d'una finestra, c'insegnava a disprezzare
la fallace matematica dei nostri occhi perituri.
Io
gridai: — Il fiuto, il fiuto solo, basta alle belve!… —
E noi,
come giovani leoni, inseguivamo la Morte, dal pelame nero maculato
di pallide croci, che correva via pel vasto cielo violaceo, vivo
e palpitante.
Eppure
non avevamo un'Amante ideale che ergesse fino alle nuvole la sua
sublime figura, né una Regina crudele a cui offrire le nostre salme,
contorte a guisa di anelli bisantini! Nulla, per voler morire, se
non il desiderio di liberarci finalmente dal nostro coraggio troppo
pesante!
E noi
correvamo schiacciando su le soglie delle case i cani da guardia
che si arrotondavano, sotto i nostri pneumatici scottanti, come
solini sotto il ferro da stirare. La Morte, addomesticata, mi sorpassava
ad ogni svolto, per porgermi la zampa con grazia, e a quando a quando
si stendeva a terra con un rumore di mascelle stridenti, mandandomi,
da ogni pozzanghera, sguardi vellutati e carezzevoli.
— Usciamo
dalla saggezza come da un orribile guscio, e gettiamoci, come frutti
pimentati d'orgoglio, entro la bocca immensa e tôrta del vento!...
Diamoci in pasto alI'Ignoto, non già per disperazione, ma soltanto
per colmare i profondi pozzi dell'Assurdo! —
Avevo
appena pronunziate queste parole, quando girai bruscamente su me
stesso, con la stessa ebrietà folle dei cani che voglion mordersi
la coda, ed ecco ad un tratto venirmi incontro due ciclisti, che
mi diedero torto, titubando davanti a me come due ragionamenti,
entrambi persuasivi e nondimeno contradittorii. Il loro stupido
dilemma discuteva sul mio terreno... Che noia! Auff!... Tagliai
corto, e, pel disgusto, mi scaraventai colle ruote alI'aria in un
fossato...
Oh!
materno fossato, quasi pieno di un'acqua fangosa! Bel fossato d'officina!
Io gustai avidamente la tua melma fortificante, che mi ricordò la
santa mammella nera della mia nutrice sudanese... Quando mi sollevai
— cencio sozzo e puzzolente — di sotto la macchina capovolta, io
mi sentii attraversare il cuore, deliziosamente, dal ferro arroventato
della gioia!
Una
folla di pescatori armati di lenza e di naturalisti podagrosi tumultuava
già intorno al prodigio. Con cura paziente e meticolosa, quella
gente dispose alte armature ed enormi reti di ferro per pescare
il mio automobile, simile ad un gran pescecane arenato. La macchina
emerse lentamente dal fosso, abbandonando nel fondo, come squame,
la sua pesante carrozzeria di buon senso e le sue morbide imbottiture
di comodità.
Credevano
che fosse morto, il mio bel pescecane, ma una mia carezza bastò
a rianimarlo, ed eccolo risuscitato eccolo in corsa, di nuovo, sulle
sue pinne possenti!
Allora,
col volto coperto della buona melma delle officine — impasto di
scorie metalliche, di sudori inutili, di fuliggini celesti — noi,
contusi e fasciate le braccia ma impavidi, dettammo le nostre prime
volontà a tutti gli uomini vivi della terra:
Il
primo Manifesto Futurista si presentò
con queste parole al giornale francese Le
Figaro:
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1. Noi vogliamo cantare
l'amor del pericolo, l'abitudine all'energia e alla temerità.
2. Il coraggio, I'audacia,
la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.
3. La letteratura esaltò
fino ad oggi l'immobilità pensosa, l'estasi e il sonno. Noi
vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l'insonnia febbrile,
il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.
4. Noi affermiamo che
la magnificenza del mondo si arricchita di una bellezza nuova:
la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo
cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall'alito
esplosivo... un automobile ruggente, che sembra correre sulla
mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia.
5. Noi vogliamo inneggiare
all'uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa
la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della
sua orbita.
6. Bisogna che il poeta
si prodighi, con ardore, sfarzo e munificenza, per aumentare
l'entusiastico fervore degli elementi primordiali.
7. Non v'è più bellezza,
se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere
aggressivo può essere un capolavoro. La poesia deve essere
concepita come un violento assalto contro le forze ignote,
per ridurle a prostrarsi davanti all'uomo.
8. Noi siamo sul promontorio
estremo dei secoli!... Perché dovremmo guardarci alle spalle,
se vogliamo sfondare le misteriose porte dell'Impossibile?
Il Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell'assoluto,
poiché abbiamo già creata l'eterna velocità onnipresente.
9. Noi vogliamo glorificare
la guerra — sola igiene del mondo — il militarismo, il patriottismo,
il gesto distruttore dei libertarî, le belle idee per cui
si muore e il disprezzo della donna.
10. Noi vogliamo distruggere
i musei, le biblioteche, le accademie d'ogni specie, e combattere
contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica
o utilitaria.
11. Noi canteremo le
grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa:
canteremo le maree multicolori o polifoniche delle rivoluzioni
nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno
degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente lune
elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che
fumano; le officine appese alle nuvole pei contorti fili dei
loro fumi; i ponti simili a ginnasti giganti che scavalcano
i fiumi, balenanti al sole con un luccichìo di coltelli; i
piroscafi avventurosi che fiutano l’orizzonte, le locomotive
dall’ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi
cavalli d'acciaio imbrigliati di tubi, e il volo scivolante
degli aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera
e sembra applaudire come una folla entusiasta.
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È
dall'Italia, che noi lanciamo pel mondo questo nostro manifesto
di violenza travolgente e incendiaria, col quale fondiamo oggi il
" Futurismo ", perché vogliamo liberare questo paese
dalla sua fetida cancrena di professori, d'archeologhi, di ciceroni
e d'antiquarii. Già per troppo tempo l'Italia è stata un mercato
di rigattieri. Noi vogliamo liberarla dagl'innumerevoli musei che
la coprono tutta di cimiteri innumerevoli.
Musei: cimiteri!... Identici,
veramente, per la sinistra promiscuità di tanti corpi che non si
conoscono. Musei: dormitori pubblici in cui si riposa per sempre
accanto ad esseri odiati o ignoti! Musei: assurdi macelli di pittori
e scultori che vanno trucidandosi ferocemente a colpi di colori
e di linee, lungo le pareti contese!
Che ci si vada in pellegrinaggio,
una volta all'anno, come si va al Camposanto nel giorno dei morti...,
ve lo concedo. Che una volta all'anno sia deposto un omaggio di
fiori davanti alla Gioconda, ve lo concedo... Ma non ammetto
che si conducano quotidianamente a passeggio per i musei le nostre
tristezze, il nostro fragile coraggio, la nostra morbosa inquietudine.
Perché volersi avvelenare? Perché volere imputridire?
E che mai si può vedere,
in un vecchio quadro se non la faticosa contorsione dell'artista,
che si sforzò di infrangere le insuperabili barriere opposte al
desiderio di esprimere interamente il suo sogno?... Ammirare un
quadro antico equivale a versare la nostra sensibilità in un'urna
funeraria, invece di proiettarla lontano, in violenti getti di creazione
e di azione. Volete dunque sprecare tutte le forze migliori, in
questa eterna ed inutile ammirazione del passato, da cui uscite
fatalmente esausti, diminuiti e calpesti?
In verità io vi dichiaro
che la frequentazione quotidiana dei musei, delle biblioteche e
delle accademie (cimiteri di sforzi vani, calvarii di sogni crocifissi,
registri di slanci troncati!...) è, per gli artisti, altrettanto
dannosa che la tutela prolungata dei parenti per certi giovani ebbri
del loro ingegno e della loro volontà ambiziosa.
Per i moribondi, per gl'infermi,
pei prigionieri, sia pure: — l'ammirabile passato è forse un balsamo
ai loro mali, poiché per essi l'avvenire è sbarrato... Ma noi non
vogliamo più saperne, del passato, noi, giovani e forti futuristi!
E vengano dunque, gli allegri
incendiarii dalle dita carbonizzate! Eccoli!! Eccoli!... Suvvia!
date fuoco agli scaffali delle biblioteche!... Sviate il corso dei
canali, per inondare i musei!... Oh, la gioia di veder galleggiare
alla deriva, lacere e stinte su quelle acque, le vecchie tele gloriose!...
Impugnate i picconi, le scuri, i martelli e demolite senza pietà
le città venerate!
I più anziani, fra noi, hanno
trent'anni: ci rimane dunque almeno un decennio, per compier l'opera
nostra. Quando avremo quarant'anni, altri uomini più giovani e più
validi di noi, ci gettino pure nel cestino, come manoscritti inutili
— Noi lo desideriamo!
Verranno contro di noi, i
nostri successori; verranno di lontano, da ogni parte, danzando
su la cadenza alata dei loro primi canti, protendendo dita adunche
di predatori, e fiutando caninamente, alle porte delle accademie,
il buon odore delle nostre menti in putrefazione, già promesse alle
catacombe delle biblioteche.
Ma noi non saremo là... Essi
ci troveranno alfine — una notte d'inverno — in aperta campagna,
sotto una triste tettoia tamburellata da una pioggia monotona, e
ci vedranno accoccolati accanto ai nostri aeroplani trepidanti e
nell'atto di scaldarci le mani al fuocherello meschino che daranno
i nostri libri d'oggi fiammeggiando sotto il volo delle nostre immagini.
Essi tumultueranno intorno
a noi, ansando per angoscia e per dispetto, e tutti, esasperati
dal nostro superbo instancabile ardire, si avventeranno per ucciderci,
spinti da un odio tanto più implacabile inquantoché i loro cuori
saranno ebbri di amore e di ammirazione per noi. La forte e sana
Ingiustizia scoppierà radiosa nei loro occhi. L'arte, infatti, non
può essere che violenza, crudeltà ed ingiustizia.
I più anziani fra noi hanno
trent'anni: eppure, noi abbiamo già sperperati tesori, mille tesori
di forza, di amore, d'audacia, d'astuzia e di rude volontà; li abbiamo
gettati via impazientemente, in furia, senza contare, senza mai
esitare, senza riposarci mai, a perdifiato...
Guardateci! Non siamo ancora
spossati! I nostri cuori non sentono alcuna stanchezza, poiché sono
nutriti di fuoco, di odio e di velocità!... Ve ne stupite?... E'
logico, poiché voi non vi ricordate nemmeno di aver vissuto! Ritti,
sulla cima del mondo, noi scagliamo una volta ancora la nostra sfida
alle stelle!
Ci opponete delle obiezioni?...
Basta! Basta! Le conosciamo... Abbiamo capito!... La nostra bella
e mendace intelligenza ci afferma che noi siamo il riassunto e il
prolungamento degli avi nostri. — Forse!... Sia pure!... Ma che
importa? Non vogliamo intendere!... Guai a chi ci ripeterà queste
parole infami!... Alzate la testa!...
Ritti sulla cima del mondo,
noi scagliamo, una volta ancora, la nostra sfida alle stelle!...
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