--> Home > Rassegna poeti - GUIDO GOZZANO  
 
 




GUIDO GOZZANO E IL CREPUSCOLARISMO

La statura Poetica di Gozzano non è stata adeguatamente riconosciuta al suo tempo, anche se la figura del Poeta torinese fu molto alla moda, e soltanto la più recente critica ha stabilito l'importanza di un'opera che è stata determinante per gran parte della poesia italiana del Novecento. A Gozzano ha nociuto Probabilmente la voluta assunzione di una tematicaca snobisticamente dimessa, anti-dannunziana, che ha potuto essere scambiata per poesia minore. In realtà si tratta di una poesia di assoluto rilievo, che fa di Gozzano l'interprete più creativo della stagione tardo-simbolista e crepuscolare non soltanto italiana. Guido Gustavo Gozzano nacque a Torino nel 1883, da famiglia borghese benestante le cui condizioni, però, andarono sempre peggiorando dopo la morte del padre, fino a costringere il poeta, negli ultimi anni, a scrivere per vivere. Ad Agliè, nella tenuta materna del Meleto, trascorse molte estati della sua vita, amando fin da bambino il mondo dei fiori e degli insetti, con particolare attrazione per le farfalle, che divennero un vero e proprio oggetto di attenzione scientifica e poetica. Compiuti gli studi medi, si iscrisse alla facoltà di Legge, ma non arrivò mai alla laurea, anche se lo chiamarono 'avvocato, pipreferendo partecipare alle lezioni della facoltà di Lettere, specialmente quelle di italiano del poeta Arturo Graf, che ebbe importanza non secondaria nello svolgimento della sua poesia, e quelle del filosofo Troiano.

Qui si legò di amicizia molto intima con alcuni giovani letterati e poeti, come il Vallini il Gianelli, il Calcaterra, il quale ultimo divenne il suo editore e critico e biografo. Le prime poesie di Gozzano apparvero su giornali e riviste nel 1903 e presto fecero conoscere nei salotti torinesi il poeta pallido e un po' snob, elegante e "romantico" incarnazione ironica dell'esteta dannunziano che si fa il verso mentre imita il poeta inimitabile. Nel 1907 esce a Torino la prima raccolta di Gozzano, La via del rifugio, in cui sono già presenti alcune delle Più caratteristiche composizioni del poeta, come L'arnica di nonna Speranza, che verrà ripresa con varianti nella seconda raccolta. In questo medesimo anno ci sono due eventi biografici di molto rilievo: il rapporto d'amore con Amalia Guglielminetti', la poetessa che sembrava incarnare dalla parte femminile quell'ideale di estetismo snobistico che Gozzano voleva realizzare nella sua vita; e il primo manifestarsi della tubercolosi, che d'ora in avanti segnerà irreversibilmente i brevi anni che al poeta resteranno da vivere (una malattia, tra l'altro, che sembrava confermare sul Piano organico quella più sottile, crepuscolare, 'malattia' che insidia la condizione esistenziale del poeta, rendendolo indisponibile ad ogni reale contatto con la realtà esterna e storica). La malattia esenta tanto più Gozzano dalla necessità di darsi una professione e gli apre il mondo della letteratura e della poesia come Il solo da lui veramente praticabile; tra un soggiorno e l'altro nelle località di cura in montagna o al mare il poeta intensifica la propria attività letteraria, pubblicando pezzi in rima e in prosa su varie riviste. ùNel 1911 Treves fa uscire a Milano la seconda raccolta poetica di Guido Cozzano, I colloqui. L'anno seguente, sempre alla ricerca di quella salute che sempre più gli sfugge, parte con un amico per un viaggio in India, paese favoloso che lo attraeva anche per quell'esotico di cui sentiva l'irresistibile fascino: le prose ricavate dalle impressioni di quel viaggio furono pubblicate dalla Stampa di Torino e poi furono raccolte in un volume postumo dal titolo di Verso la cuna del mondo, suggerito dallo stesso Cozzano prima della morte. Negli ultimi anni della vita lavorava ad un poemetto di 'epistole entomologiche' intitolato Le farfallè, tema a lui caro fin dall'infanzia e presente nella sua poesia già nella prima raccolta: era un poemetto di intento didascalico, come quelli che si facevano prima del romanticismo secondo la mentalità Illuministica dell'insegnamento scientifico impartito in versi.

Questo ufficio della poesia come ancella della ragione scientifica era la nuova strada che probabilmente Gozzano voleva assegnare alla sua attività, dopo aver distrutto, nelle prime raccolte, il mito romantico-risorgimentale della poesia come portatrice di valori morali e sociali, luogo del sublime e della rivelazione della verità. Il poemetto rimase incompiuto per la morte sopravvenuta in seguito all'aggravarsi della tisi, dopo un ultimo soggiorno sulla riviera ligure. Era il 1916 e Cozzano aveva trentatré anni. Dopo la sua morte uscì la raccolta delle favole di La principessa si sposa (1917) e dei racconti di L'altare del passato (1918) e L'ultima traccia (1919). Delle poesie di Gozzano si sono avute parecchie edizione molto infelici, perché scorrette e incomplete: ora c'è l'edizione critica di A. Rocca uscita da Mondadori nel 1980.

Il maggiore rappresentante del crepuscolarismo fu proprio Guido Gozzano (La via del rifugio, 1907; I colloqui, 1911); altri esponenti furono Sergio Corazzini, Marino Moretti e Fausto Maria Martini. Questo gruppo di poeti pur riconoscendosi in un'idea comune di poesia, non facevano capo a una vera e propria scuola e non avevano elaborato una precisa poetica. Sia i temi sia le scelte espressive concorrono a un risultato di modesto realismo quotidiano.

Il linguaggio è comune, le parole spesso appartengono al parlato, il verso tende alla prosa perché il mondo rappresentato è fatto di "piccole cose di pessimo gusto", per citare un verso di Gozzano, a cominciare dagli interni piccolo-borghesi costellati di oggetti caratteristici. In questo mondo domestico si muovono personaggi qualunque che vivono esistenze umili e banali, come la Signorina Felicita, ragazza casalinga "quasi brutta" protagonista di una celebre poesia di Gozzano. Verso questo mondo provinciale l'atteggiamento del poeta è di malinconia e insieme di consapevole distacco ironico.

Tutto ciò non significa affatto che la poesia crepuscolare sia ingenua e semplice: la scelta letteraria di questi autori, al contrario, è ben precisa e consapevole. Se da un lato rifiuta e supera il modello nobile e magniloquente di Gabriele D'Annunzio (pur rifacendosi in particolare a una sua raccolta di poesie dai toni particolarmente pacati, il Poema paradisiaco), dall'altro individua precisi modelli italiani e stranieri: in Italia la poesia "prosastica" scapigliata (ad esempio di Vittorio Betteloni) e il simbolismo di Giovanni Pascoli, all'estero Paul Verlaine e alcuni poeti decadenti fiamminghi e francesi, come Maurice Maeterlinck, Georges Rodenbach, Jules Laforgue.

 

POESIE

 

A un demagogo

Tu dici bene: è tempo che consacri
ai fratelli la mente che si estolle
anche il poeta, citaredo folle
rapido negli antichi simulacri!

Non più le tempie coronate d'acri
serti di rose alla Bellezza molle;
venga all'aperto! Canti tra le folle,
stenda la mano ai suoi fratelli sacri!

E tu non mi perdoni se m'indugio,
poiché di rose non si fanno spade
per la lotta dei tuoi sogni vermigli.

Ma un fiore gitterò dal mio rifugio
sempre a chi soffre e sogna e piange e cade.
Eccoti un fiore, o tu che mi somigli!

Il frutteto

Anche né malinconico né lieto
(forse la consuetudine assecondo
cara d'un tempo al bel fanciullo biondo)
oggi varco la soglia del frutteto.

Ah! Vedo, vedo! Come lo ravviso!
È bene questo il luogo; in questa calma
conchiusa, certo l'intangibil salma
giacque per sempre dell'amor ucciso,

del vero antico Amore ch'io cercai
malinconicamente per l'inquieta
mia giovinezza, la raggiante mèta
sì perseguìta e non raggiunta mai.

Or mi soffermo con pupille intente:
le cose mi ritornano lontano
nel Tempo - irrevocabile richiamo! -
mi rivedo fanciullo, adolescente.

O belle, belle come i belli nomi,
Simona e Gasparina, le gemelle!
Pur vi rivedo in vesta d'angelelle
dolce-ridenti in mezzo a questi pomi.

Ed anche qui le statue e le siepi
ed il busso ribelle alle cesoie.
(Natali dell'infanzia, o buone gioie,
quando n'ornavo i colli dei presepi!)

Ma sull'erme, sui cori, sopra il busso
simmetrico, sui lauri, sugli spessi
carpini, sulle rose, sui cipressi,
sulle vestigia dell'antico lusso

da cento anni un folto si compose
di pomi e peri; il regno statuario
ricoperse; nel florido sudario
sfiorirono le siepi delle rose;

nell'ombre il musco ricoperse i cori
curvi di marmo intatto (l'Antenata
non vede lo sfacelo, contristata?)
e nell'ombre languirono gli allori.

Son l'ombre di una gran pace tranquille:
il sole, trasparendo dall'intrico,
segna la ghiaia del giardino antico
di monete, di lunule, d'armille.

M'avanzo pel sentiero ormai distrutto
dalla gramigna e dal navone folto;
ascolto il gran silenzio, intento, ascolto
il tonfo malinconico d'un frutto.

Ma quanti frutti! Cadono in gran copia
in terra, sui busseti, sui rosai:
sire Autunno, quest'anno come mai,
munifico vuotò la cornucopia.

O gioco strano! Pur nella faretra
di Diana cadde una perfetta pera,
così perfetta che non sembra vera
ma sculturata nell'istessa pietra.

Il frutto altorecato assai mi tenta:
balzo sul plinto, il dono della Terra
tolgo alli acuti simboli di Guerra,
avvincendomi all'erma sonnolenta.

S'adonta ella, forse, ch'io la tocchi,
l'erma dal guardo gelido e sinistro?
(il tempo edace lineò di bistro
le palpebre lapidee delli occhi).

Ma un sorriso ermetico, ha la faccia
attirante, soffuso di promesse,
- O miti elleni! - s'ella mi stringesse
d'improvviso, così, tra le sue braccia! -

E tolgo e mordo il frutto avventurato
e mi pare di suggere dal frutto
un'infinita pace, un bene, tutto
tutto l'oblio del tedio e del passato.

Ma guardo in torno. Vedo teoria
d'erme ridenti in loro bianche clamidi,
ridendi tra le squallide piramidi
del busso. - Torna la malinconia:

Ridevano così quando mio padre
esalò la grande anima e pur tali
(udranno allor le mie grida mortali?)
sorrideranno e morirà mia madre.

Ridevano così che nella culla
dormivo inconsapevole d'affanno:
implacabili ancor sorrideranno
quando di me non resterà più nulla.


Domani

        per l'amico
                Silla Martini de Valle Aperta
I.

Il corruscante cielo d'Oriente
a gran distesa lodano gli uccelli,
Aurora arrossa i bianchi capitelli
sul tempietto di Leda, intensamente.

Tolgon commiato tra le faci spente
gli ospiti stanchi. Un servo aduna i belli
fiori che inghirlandano i capelli
e li gitta allo stagno, indifferente.

Le rose aulenti nella notte insonne,
le rose agonizzanti, morte ai baci
nelle capellature delle donne,

scendon piano con l'alighe tenaci,
in su la melma livida e profonda,
con le viscide larve dei batraci.


II.

Pace alle rose in fondo dello stagno,
in loro fredda orrenda sepoltura;
pur anche la sua gran capellatura
dischioma l'olmo il pioppo ed il castagno.

Il cigno guata, mutolo e grifagno,
lo stagno ricolmarsi di frondura.
Silla, sognamo. Tutto ci assicura
l'ultima pace e l'ultimo guadagno.

Guarda, fratello: innumeri le foglie
attorte e rosse e gialle, senza strazio,
distaccansi dal ramo, lentamente;

la Madre antica in sé tutte le accoglie.
Sognamo, Silla, memori d'Orazio,
quel sogno confortante che non mente.


III.

Perché morire? La città risplende
in Novembre di faci lusinghiere;
e molli chiome avrem per origliere,
bendati gli occhi dalle dolci bende.

Dopo la tregua è dolce risapere
coppe obliate e trepide vicende -
bendati gli occhi dalle dolci bende -
novellamente intessere al Piacere.

Ma pur cantando il canti di Mimnerno
sento che morta è l'Ellade serena
in questo giorno triste ed autunnale.

L'anima trema sull'enigma eterno;
fratello, soffro la tua stessa pena:
attendo un'Alba e non so dirti quale.


Che giovò dunque il gesto di chi disse:
«Il gran Pan non è morto! Ecco la via
dell'allegrezze nove. Ovunque sia
dato l'annunzio del novello Ulisse!

Il flavo Galileo che ci afflisse
di tenebrore e di malinconia
e quella scialba vergine Maria
e quella croce diamo alle favisse!»?

Nulla giovò. L'impavide biasteme
non rianimeran lo spento sguardo
dei numi elleni sugli antichi marmi.

«Lor giuventude vive sol nei carmi.»
Secondo la parola del Vegliardo
il fato ineluttabile li preme.


I Fratelli

Nell'impero dell'acque e delle nubi
dove regnava il pecoraio e il gregge,
o Numero, già fatta è la tua legge
dalla potenza delli ordegni indubi.

Conduce un filo il moto che tu rubi
all'acqua e vola cento miglia e regge
gli opifici rombanti di pulegge
e di magli terribili e di tubi.

Ben riconosco il Verso tuo fratello
onnipossente Numero! Tu fai
a noi men disagevole il sentiero.

E il tuo parente più leggiadro e snello
ci fiorisce le soste di rosai
e di menzogne dolci più del Vero.


Garessio

Dalle finestre medioevali e oscure
non più le dame guardano i cavalli
e i cavalier passar per queste valli,
corruscanti di lucide armature.

Dalle finestre medioevali e oscure
non più ridon le dame ai bei vassalli,
ma i garofani bianchi, rossi, gialli
protendono le gran capigliature...

Pace e Silenzio! Fiori alle finestre
che invitano a piacevoli pensieri!
Ed ecco in alto, nel dirupo alpestre

fra le balze dei ripidi sentieri
Voi, o Maria, Voi che date al vento
il dolce riso e i bei capelli neri!


L'esilio

I.

Non ti conobbi mai. Ti riconosco.
Perché già vissi; e quando fui ministro
d'un rito osceno, agitator di sistro
t'ho posseduta al limite d'un bosco.

Bene ravviso il sopracciglio fosco
le bande fulve... Chi segnò di bistro
l'occhio caprino gelido sinistro?
Or ti rivedo in un giardino tosco,

vergine impura, dopo mille e mille
anni d'esilio. Tu, fatta Britanna,
scendi in Italia a ricercarvi il sogno.

Sono tre mila anni che t'agogno!
Ma com'è lungi il sogno che m'affanna!
Dove sono la tunica e le armille?


II.

Dove sono la tunica e le armille
d'elettro che portavi a Siracusa?
E le fontane e i templi d'Aretusa
e l'erme e gli oleandri delle ville?

Del tempo ti restò nelle pupille
soltanto la lussuria che t'accusa,
vergine impura dalla fronte chiusa
tra le due bande lucide e tranquille.

E questa sera tu lasci le danze
(per quel ricordo al limite d'un bosco?)
tutta fremendo, come un'arpa viva.

Giungono i suoni dalle aperte stanze
fin nel giardino... O bocca! Riconosco
bene il profumo della tua genciva!


La loggia

I.

Noi ci vedemmo sotto cieli tetri,
vite di Cipro, al tempo che tu arricci
pochi rimasti pampini ed arsicci
sui tralci immiseriti come spetri.

Ci rivediamo che ricopri i vetri
di verde folto, allacci di viticci
e attingi coi tuoi grappoli biondicci
la loggia, in alto, più di venti metri.

Chi vede le tue prime foglie vizze,
o loggia solatia, in Vigna Colta,
come un'amica dolce ti ricorda.

Tu fosti che indulgesti alle sue bizze,
quando Centa vietava la raccolta
alla piccola mano troppo ingorda.


II.

M'è caro, loggia, poi che le tue pigne
la nuova luna di settembre invaia,
piluccare i bei chicchi a centinaia
fra le grandi compagini rossigne.

Più mi compiaccio in te che nelle vigne,
ma, poiché getto i fiocini ne l'aia,
Centa s'avvede, Centa la massaia
mi ricerca con l'iridi benigne.

«Bevesti il latte che non è mezz'ora!
Uva e latte dispandon per le membra
tossico fino! Quella gola stolta!...»

Sgridami, Centa! Sali come allora
a condurmi pel braccio via! mi sembra
che tu debba allevarmi un'altra volta...