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CORRADO GOVONI

La poesia di Govoni è piena degli echi di tutte le poetiche novecentesche, ma non si lascia definire da qualcuna di esse in modo particolare: egli non fu più crepuscolare che futurista, più surrealista che pre-ermetico. Senza che, per questo, si assista ad uno svolgimento in progresso o in regresso, dal momento che Govoni resta sempre sostanzialmente uguale a se stesso quale che sia la poetica che di volta in volta lo suggestiona; infondo si può dire che egli non abbia mai sottomesso la sua poesia alle varie poetiche, ma le poetiche alla propria poesia, attingendo da esse nuovi spunti tematici e nuove modalità tecniche per la variazione di quell'armonia continua modulata per più di mezzo secolo in un paio di dozzine di raccolte di versi. Corrado Govoni nacque a Tàmara, nel delta padano ferrarese, nel 1884 e non fece studi regolarità essendosi dedicato all'attività agricola nella cospicua tenuta paterna. La sua cultura è quella di un autodidatta, ma il forte istinto poetico lo porta a scegliere intuitivamente ciò che di più moderno circola nel suo tempo e quando, diciannovenne, pubblica le sue due prime raccolte, Le fiale e Armonia in grigio et in silenzio (1903) sono già maggiori in lui gli elementi di novità che quella della devozione al passato (per esempio non c'è traccia di Carducci): ci sono soprattutto elementi tardo-simbolisti e liberty, di tono crepuscolare, ma interpretati con un colorismo e una vivacità che contrasta col grigiore di questa poetica.

Se si considera la data di pubblicazione, Govoni è il primo dei crepuscolari, e anzi il Primo in assoluto dei poeti propriamente novecenteschi. La sua esuberanza d'immagini e la tendenza all'elencazione degli oggetti lo portano a simpatizzare subito col futurismo, al quale aderisce con tre delle sue più vivaci e ricche raccolte, Poesie elettriche (1911), L'inaugurazione della primavera (1915), Rarefazioni (1915). Nel frattempo Govoni era diventato collaboratore delle più importanti riviste dell'epoca, come La Voce e Lacerba. Nel 1914 s'era trasferito a Milano, capitale del futurismo, convinto di poter trovare qui un'attività adeguata alle sue inclinazioni, ma nello stesso anno rientrò a Ferrara: per dissesti economici della sua azienda agricola dovette vendere le terre e fece diversi mestieri, finché, dopo la prima guerra mondiale, approdò a Roma a fare il funzionario della Società Italiana Autori ed Editori, e poi il segretario nel Sindacato Scrittori. Dopo la seconda guerra mondiale ha fatto l'impiegato ministeriale, fino alla pensione. Morì nel 1965 al Lido dei Pini di Marina di Tor San Lorenzo, dove aveva la sua abitazione.

Il futurismo rappresentò per Govoni un motivo ulteriore di liberazione della sua tendenza originaria all'analogia, cioè al libero accostamento di immagini legate tra loro per via analogica e non logica. In questo senso l'invito di Marinetti alle "parole in libertà" è da lui tradotto in termini di "immagini in libertà"- lo scatenamento della sua vena fantasista era una vera e Propria reazione a catena immagitiva.

Certo nel caso di Covoni questo analogismo non appare legato a motivazioni molto profonde ed è giocato piuttosto in superficie: la sua poesia è piena di uno stupore infantile di fronte a ciò che è colorato, vario, mutevole, in una festevolezza tutta visiva ed esteriore. Anche nelle raccolte post-futuriste (citiamo almeno Il quaderno dei sogni e delle stelle, 1924; Il flauto magico, 1932,- Canzoni a bocca chiusa, 1938, Govonigiotto, 1943) la proposta marinettiana dell' "immaginazione senza fili" continua a funzionare, anche se la propensione immaginativa Govoni è del tutto spontanea e abbandona gli aspri cozzi figurativi del futurismo per un adeguamento delle immagini alla vocazione armonica e melodica. Covoni, dice Pier Vincenzo Mengaldo, ,è soprattutto attratto dalla superficie colorata del mondo, dalla varietà infinita dei suoi fenomeni, che registra con golosità inappagata e fanciullesca, quasi in una volontà di continua identificazione col mondo esterno. Toni molto diversi, in rapporto al tema di straziante urgenza sentimentale, è la raccolta di Atadino (1946), dedicata al figlio trucidato alle Fosse Ardeatine, in cui il sentimentalismo sempre latente nel poeta s'incontra col dolore paterno e l'ìmmaginismo sottomette le sue ragioni a quelle urgenti del cuore.

POESIE

LA PIOGGIA E' IL TUO VESTITO

La pioggia è il tuo vestito.
Il fango è le tue scarpe.
La tua pezzuola è il vento.
Ma il sole è il tuo sorriso e la tua bocca
e la notte dei fieni i tuoi capelli.
Ma il tuo sorriso e la tua calda pelle
è il fuoco della terra e delle stelle.

Da "Govonigiotto"



SIEPE

All'odore crudele
che viene dalle spine della siepe
il tuo sangue amareggia l'amore,
e ti diventan gli occhi
una luce cattiva pigiata.
Sulla tua statua che cammina
aprendo una nuova strada nel vento
invano battono le mie parole
come goccia di rugiada da me scossa.
Prego l'erba dell'argine ti venga incontro
con la lampada avvelenata del gigaro
per far soffrire la tua bocca rossa.

Da "Pellegrino d'amore"



SOSPIRO D'ANIMA

Ci voleva un'intera eternità
perché la luna così lenta e chiara
fosse all'ultimo quarto; anche se poi
si temeva che fosse proprio l'ultimo,
e i nostri lunghi passi, scongiurati
di andar sempre più in fretta, ci facevano
ancor più paura della luna.
Ci sembrava che in due fosse più facile,
con la complicità del cielo buio,
scioglierci dai legami della vita
per raggiungere il fresco sonno aperto
dell'albero del nostro appuntamento,
ed era ancor più facile col vento.
Ma tu, come farai ora che sei sola,
a portare il coraggio dell'amore?
Con una luna ancor più eterna e chiara,
sotto l'albero noto al lungofiume,
sono qui che ti aspetto, ombra nell'ombra,
col batticuore della prima volta.



NON HO DIMENTICATO I TUOI CAPELLI

Non ho dimenticato i tuoi capelli,
quando tu come un'apprendista strega
te li tiravi sulla bella faccia;
ed io te li spartivo
con le mani convulse
per cercarti la calda bocca con la bocca
piena dei tuoi capelli.



IL BACIO

Col bacio mi sembrò di berti l'anima,
non di perder la mia;
ché quando mi staccai dalla tua bocca
vacillavo come ebbro cieco,
quasi a me stesso ignoto,
senza più cuore né cervello, vuoto.



AMORE

Il più caro ricordo è di te, ancora,
nel perduto terrestre paradiso,
respingendo e invitando a far l'amore,
col sole che ti batte sul sorriso,
seduta in mezzo all'erba come un fiore.

Da "La ronda di notte"

La musica

Io amo la musica sbiadita
come le stoffe dei loro ricami
colorati (le note), l'appassita
musica de gli splendidi rami.

Io amo la musica antiquata
dei vecchi cembali come un messale,
la musica defunta, condensata
come il fondo sintetico d'un fiale.

O musica de gli organi di chiesa
che rende l'anima una cantoria!
musica de l'armonium, intesa
salmodiare da un'orfanella pia!

Suonatine di guasti carillons
In salotti di principi aboliti,
minuetti vizzi, gialli cotillons
in camere con specchi intirizziti.

Musica complicata che si scruta
come la venatura d'una foglia,
o musica di lusso che si fiuta
come un lungo profumo di magnolia:
musica di trascorse primavere
rosate ancora un po' di belletto,
musica obliata sopra le tastiere
come un mazzo di viole in un cassetto.

 
da "Tamara"