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DINO
CAMPANA
Nato a Marradi, condusse vita
irrequieta, tormentato da gravi disturbi psichici e terminò i suoi
giorni in manicomio a Castel Pulci (FI). I suoi Canti Orfici, riscritti
completamente dopo che Ardengo Soffici ne ebbe perduto il manoscritto
che gli era stato affidato per un parere, sono uno dei testi fondamentali
del '900 poetico italiano, caratterizzati da una percezione deformata
e visionaria della realtà e da un linguaggio acceso e spesso oscuro,
che segue segrete suggestioni musicali.
Nei suoi versi traspare un moto di apertura sull'infinito così
da dare al testo spazio ed immaginazione, fuga e ritorno, amore
e libertà.
Nella Composizione "Chimera", figura fantastica che il
desiderio fa scaturire dal paesaggio, simbolo iconico della poesie
e dell'ignoto, si fa segno figurativo del percorso poetico-conoscitivo
intrapreso da Campana.
La Chimera, che nella mitologia
antica è un essere mostruoso composto di parti di animali
diversi, qui è da intendere nel senso traslato di creatura
irragiungibile, di ideale perfetto e lontanissimo: essa incarna
in questo senso, prendendo la forma della Bellezza e della donna
sublime, la poesia e assieme il desiderio allo stato puro.
La
Chimera
Non
so se tra rocce il tuo pallido
Viso m'apparve, o sorriso
Di lontananze ignote
Fosti, la china eburnea
Fronte fulgente o giovine
Suora de la Gioconda:
O delle primavere
Spente, per i tuoi mitici pallori
O Regina o Regina adolescente:
Ma per il tuo ignoto poema
Di voluttà e di dolore
Musica fanciulla esangue,
Segnato di linea di sangue
Nel cerchio delle labbra sinuose,
Regina de la melodia:
Ma per il vergine capo
Reclino, io poeta notturno
Vegliai le stelle vivide nei pelaghi delcielo,
Io per il tuo dolce mistero
Io per il tuo divenir taciturno.
Non so se la fiamma pallida
Fu dei capelli il vivente
Segno del suo pallore.
Non so se fu un dolce vapore,
Dolce sul mio dolore,
Sorriso di un volto notturno:
Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
E l'immobilità dei firmamenti ù
E i gonfii rivi che vanno piangenti
E l'ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti
E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.
Sibilla
Vi amai per la città dove per sole
strade si posa il passo illanguidito
dove una pace tenera che piove
a sera il cuore non sazio e non pentito
volge a un’ambigua primavera in viole
lontane sopra
il cielo impallidito.
La sera fumosa
d'estate
Dall'alta
invetriata mesce chiarori nell'ombra
E mi lascia nel cuore un suggello ardente.
Ma chi ha (sul terrazzo sul fiume si accende una lampada) chi ha
A la Madonnina del Ponte chi è chi è che ha acceso la lampada? -
c'è Nella stanza un odor di putredine: c'è
Nella stanza una piaga rossa languente.
Le stelle sono bottoni di madreperla e la sera si veste di velluto:
E tremola la sera fatua: è fatua la sera e tremola ma c'è
La sera di
fiera
II cuore stasera mi disse: non sai?
La rosabruna incantevole
Dorata da una chioma bionda:
E dagli occhi lucenti e bruni colei che di grazia imperiale
Incantava la rosea
Freschezza dei mattini:
E tu seguivi nell'aria
La
fresca incarnazione di un mattutino sogno:
E soleva vagare quando il sogno
E il profumo velavano le stelle
(Che tu amavi guardar dietro i cancelli
Le stelle le pallide notturne):
Che soleva passare silenziosa
E bianca come un volo di colombe
Certo è morta: non sai?
Era la notte
Di
fiera della perfida Babele
Salente in fasci verso un cielo affastellato un paradiso di fiamma
In
lubrici fischi grotteschi
E
tintinnare d'angeliche campanelle
E gridi e voci di prostitute
E pantomime d'Ofelia
Stillate dall'umile pianto delle lampade elettriche
Una
canzonetta volgaruccia era morta
E mi aveva lasciato il cuore nel dolore
E me ne andavo errando senz'amore
Lasciando il cuore mio di porta in porta:
Con Lei che non e nata eppure è morta
E mi ha lasciato il cuore senz'amore:
Eppure il cuore porta nel dolore:
Lasciando il cuore mio di porta in porta.
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