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FABRIZIO
DE ANDRE'
Fabrizio De André nasce da una modesta
famiglia borghese il 18 febbraio 1940 a Pegli (Genova). Scoppiata
la guerra la famiglia si rifugia in campagna a Revignano d'Asti,
mentre il padre , ricercato dai fascisti scappa e diventa latitante.
Nel '45 tornano a Genova, Fabrizio frequenta le elementari prima
presso le suore Marcelline poi alla "Cesare Battisti". Seguono gli
studi ginnasiali, liceali e universitari (interrompe a sei esami
dalla laurea in giurisprudenza).
Intanto nasce intensamente la vocazione per la musica: Fabrizio
studia prima il violino, poi la chitarra, suona in gruppi jazz,
si esibisce in pubblico cantando canzoni francesi. Nel 1958 esce
il primo 45 giri contenente due canzoni "Nuvole barocche" e "E fu
la notte". Nel 1962 sposa Enrica Rignon, una ragazza genovese che
lo stesso anno gli dà un figlio, Cristiano. Intanto escono gli altri
dischi con brani divenuti ormai "classici": "La guerra di Piero",
"La ballata dell'eroe", "La ballata del Miché", "Il Testamento",
"Via dal campo", "La città vecchia", "Carlo Martello ritorna dalla
battaglia di Poitiers" e "La canzone di Marinella", che nel '68
viene incisa da Mina dando a De André il successo che meritava.
Nel 1968 per la Belldisc esce "Volume I" seguito da "Tutti morimmo
a stento" e "Volume III". Nel 1970 esce "La Buona Novella" tratto
dai vangeli apocrifi nel 1971 esce "Non al denaro non all'amore
nè al cielo" ispirato da "L'antologia di Spoon River" di Edgar Lee
Masters, scritto in collaborazione con Giuseppe Bentivoglio e Nicola
Piovani. Sempre a sei mani e dalla contestazione del '68 esce nel
1973 "Storia di un impiegato" .Nel 1974 in "Canzoni" De Andrè riprende
traduzioni di Dylan, Brassens e Cohen. Nel 1975 dalla collaborazione
con Francesco De Gregori nasce l'album "Volume VIII" ; segue il
primo tour dell'artista sempre restio a mostrarsi in concerto ;
nello stesso periodo acquista la tenuta dell'Agnata in Sardegna,
presso Tempio Pausania, dove si trasferisce dedicandosi all'agricoltura
e all'allevamento degli animali.
Nel 1977 dall'unione con Dori Ghezzi nasce Luisa Vittoria. Nel 1978
esce l'album "Rimini" scritto con Massimo Bubola. Nel 1979 dal tour
con la Pfm (Premiata Forneria Marconi), De André estrae un doppio
album dal vivo. In Agosto a L'Agnata lui e Dori Ghezzi vengono sequestrati
per poi essere rilasciati solo quattro mesi più tardi. Nel 1981
esce l'album ispirato all'esperienza del sequestro e ispirato alla
realtà della gente sarda. Nel 1984 esce il capolavoro "Creuza de
ma" scritto a quattro mani con Mauro Pagani pluripremiato che ha
la particolarità di unire la lingua genovese alle sonorità mediterranee
indicato dai critici come album dell'anno.
Nel 1989 Fabrizio sposa Dori. Nel 1990 esce "Le Nuvole" in cui si
prende a pretesto l'opera di Aristofane per delineare aspetti della
società di fine millennio. Nel 1991 esce il doppio live "1991 Concerti".
Nel 1992 Fabrizio avvia una nuova tourné teatrale insieme a Dori
Ghezzi. Nel 1996 esce l'album "Anime Salve" che ha come argomento
centrale quello della solitudine.
Insieme ad Alessandro Gennari scrive il romanzo "Un destino ridicolo"
pubblicato da Einaudi nel 1996. Nel 1997 secondo tour teatrale di
De André e pubblicazione dell'album raccolta "Mi innamoravo di tutto"
contenente "La canzone di Marinella cantata con Mina". Nel 1998
continua con successo il tour teatrale. Mentre Fabrizio è in tour
in tutta Italia di colpo si manifesta il male che lo accompagnerà
alla morte durante la notte tra il 10 e l'11 gennaio 1999 presso
l'istituto dei Tumori di Milano. Avrebbe compiuto 59 anni un mese
più tardi. I suoi funerali si svolgono a Genova il 13 Gennaio dove
una folla di più di diecimila persone partecipa al funerale.
Nel 1999 esce postumo il live "De André in concerto" in cui si raccolgono
i brani di "Anime Salve" e "La Buona Novella" oltre a classici mai
eseguiti in concerto come "Geordie" e "La città vecchia". In occasione
della commemorazione della sua morte nel gennaio 2000 esce la raccolta
"Da Genova" in cui vengono collocati alcuni dei suoi brani meno
conosciuti al grande pubblico come "Girotondo" o "Canzone per l'estate".
De Andrè si dimostra poeta "per tutti" ; l'uso della parola evocativa
e della metafora si accompagna alla capacità di emozionare il cuore,
e nello stesso tempo stimolare il pensiero. Le sue parole non ti
lasciano sono coinvolgenti, sanno essere nuove ad ogni nuovo ascolto,
mai ripetitive e nello stesso tempo non vi è quasi mai la forzatura,
la ricerca di una parola insolita, quasi arcaica.
L'anarchia traspare ovunque : in "Amico fragile" vi è la denuncia
di un certo tipo di società borghese, incapace di andare al di là
delle proprie abitudini, di parlare di altro che non sia la propria
vita "inghirlandita" ; in "Storia di un impiegato" ( disco del '73
) Fabrizio racconta di una ribellione contro il potere dell'uomo
solo, che fallisce nella sua impresa e cade nelle mani del potere
sino a diventare un galeotto, un numero, che però in prigione capisce
il senso del suo vagare ; il Fabrizio anarchico è anche quello che
si ribella alla inutilità della guerra : "La guerra di Piero" (
stimolata dai racconti di un suo zio che si "..è succhiato la guerra
d'Albania.." - FDA '90 ) E' anarchico anche l'ultimo De André, quello
che reinterpreta le stragi storiche ne "La domenica delle salme"
(1990) o difende le minoranze contro la cecità della maggioranza
in "Smisurata preghiera" (1996). L'anarchia per De André è un atto
di civiltà, una testimonianza di etica del vivere, un approdo. Ed
è sempre e comunque un modo di essere dell'individuo solo. L'uso
del dialetto è ciò che qualifica maggiormente il De André poeta
e, soprattutto, interprete delle sue canzoni. "Creuza de ma" ( disco
del 1984 ) è il capolavoro per eccellenza non solo per la ricerca
musicale che raccoglie un numero elevato di strumenti etnici raccolti
nel bacino del mediterraneo ( grande lavoro di Pagani ), ma anche
per l'impasto linguistico usato ( genovese antico) capace di rendere
fede ai temi affrontati ed "internazionalizzare" la sua poesia pur
in una lingua incomprensibile ai più se non agli stessi genovesi.
Due sono i periodi centrali per individuare le fonti di ispirazione
poetica : George Brassens, cantautore francese ( autore de "Il gorilla"
) ispiratore delle sue prime opere, anticonformista che suscita
grande ammirazione nel giovane Faber, Leonard Cohen e Bob Dylan
dai quali Fabrizio tradurrà alcune canzoni.
TESTI
La guerra di Piero
Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall'ombra dei fossi
ma son mille papaveri rossi
lungo le sponde del mio torrente
voglio che scendano i lucci argentati
non più i cadaveri dei soldati
portati in braccio dalla corrente
così dicevi ed era inverno
e come gli altri verso l'inferno
te ne vai triste come chi deve
il vento ti sputa in faccia la neve
fermati Piero , fermati adesso
lascia che il vento ti passi un po' addosso
dei morti in battaglia ti porti la voce
chi diede la vita ebbe in cambio una croce
ma tu no lo udisti e il tempo passava
con le stagioni a passo di giava
ed arrivasti a varcar la frontiera
in un bel giorno di primavera
e mentre marciavi con l'anima in spalle
vedesti un uomo in fondo alla valle
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore
sparagli Piero , sparagli ora
e dopo un colpo sparagli ancora
fino a che tu non lo vedrai esangue
cadere in terra a coprire il suo sangue
e se gli sparo in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avrà per morire
ma il tempo a me resterà per vedere
vedere gli occhi di un uomo che muore
e mentre gli usi questa premura
quello si volta , ti vede e ha paura
ed imbracciata l'artiglieria
non ti ricambia la cortesia
cadesti in terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che il tempo non ti sarebbe bastato
a chiedere perdono per ogni peccato
cadesti interra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che la tua vita finiva quel giorno
e non ci sarebbe stato un ritorno
Ninetta mia crepare di maggio
ci vuole tanto troppo coraggio
Ninetta bella dritto all'inferno
avrei preferito andarci in inverno
e mentre il grano ti stava a sentire
dentro alle mani stringevi un fucile
dentro alla bocca stringevi parole
troppo gelate per sciogliersi al sole
dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall'ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi.
Domenica delle Salme
Tentò la fuga in tram
verso le sei del mattino
dalla bottiglia di orzata
dove galleggiava Milano
non fu difficile seguirlo
il poeta della Baggina
la sua anima accesa
mandava luce di lampadina
gli incendiarono il letto
sulla strada di Trento
riuscì a salvarsi dalla sua barba
un pettirosso da combattimento.
I polacchi non morirono subito
e inginocchiati agli ultimi semafori
rifacevano il trucco alle troie di regime
lanciate verso il mare
i trafficanti di saponette
mettevano pancia verso est
chi si convertiva nel novanta
era dispensato nel novantuno
la scimmia del quarto Reich
ballava la polka sopra il muro
e mentre si arrampicava
le abbiamo visto tutto il culo
la piramide di Cheope
volle essere ricostruita in quel giorno di festa
masso per masso
schiavo per schiavo
comunista per comunista.
La domenica delle salme
non si udirono fucilate
il gas esilarante
presidiava le strade.
La domenica delle salme
si portò via tutti i pensieri
e le regine del tua culpa
affollarono i parrucchieri.
Nell'assolata galera patria
il secondo secondino
disse a "Baffi di Sego" che era il primo
si può fare domani sul far del mattino
e furono inviati messi
fanti cavalli cani ed un somaro
d annunciare l'amputazione della gamba
di Renato Curcio
il carbonaro
il ministro dei temporali
in un tripudio di tromboni
auspicava democrazia
con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni
- voglio vivere in una città
dove all'ora dell'aperitivo
non ci siano spargimenti di sangue
o di detersivo -
a tarda sera io e il mio illustre cugino De Andrade
eravamo gli ultimi cittadini liberi
di questa famosa città civile
perché avevamo un cannone nel cortile.
La domenica delle salme
nessuno si fece male
tutti a seguire il feretro
del defunto ideale
la domenica delle salme
si sentiva cantare
- quant'è bella giovinezza
non vogliamo più invecchiare -.
Gli ultimi viandanti
si ritirarono nelle catacombe
accesero la televisione e ci guardarono cantare
per una mezz'oretta poi ci mandarono a cagare
-voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio
con i pianoforti a tracolla vestiti da Pinocchio
voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti
per l'Amazzonia e per la pecunia
nei palastilisti
e dai padri Maristi
voi avevate voci potenti
lingue allenate a battere il tamburo
voi avevate voci potenti
adatte per il vaffanculo -
La domenica delle salme
gli addetti alla nostalgia
accompagnarono tra i flauti
il cadavere di Utopia
la domenica delle salme
fu una domenica come tante
il giorno dopo c'erano segni
di una pace terrificante
mentre il cuore d'Italia
da Palermo ad Aosta
si gonfiava in un coro
di vibrante protesta.
Ave Maria
E te ne vai, Maria, fra l'altra gente
che si raccoglie intorno al tuo passare,
siepe di sguardi che non fanno male
nella stagione di essere madre.
Sai che fra un'ora forse piangerai
poi la tua mano nasconderà un sorriso:
gioia e dolore hanno il confine incerto
nella stagione che illumina il viso.
Ave Maria, adesso che sei donna,
ave alle donne come te, Maria,
femmine un giorno per un nuovo amore
povero o ricco, umile o Messia.
Femmine un giorno e poi madri per sempre
nella stagione che stagioni non sente.
Tre Madri
Madre di Tito:
"Tito, non sei figlio di Dio,
ma c'è chi muore nel dirti addio".
Madre di Dimaco:
"Dimaco, ignori chi fu tuo padre,
ma più di te muore tua madre".
Le due madri:
"Con troppe lacrime piangi, Maria,
solo l'immagine d'un'agonia:
sai che alla vita, nel terzo giorno,
il figlio tuo farà ritorno:
lascia noi piangere, un po' più forte,
chi non risorgerà più dalla morte".
Madre di Gesù:
"Piango di lui ciò che mi è tolto,
le braccia magre, la fronte, il volto,
ogni sua vita che vive ancora,
che vedo spegnersi ora per ora.
Figlio nel sangue, figlio nel cuore,
e chi ti chiama - Nostro Signore -,
nella fatica del tuo sorriso
cerca un ritaglio di Paradiso.
Per me sei figlio, vita morente,
ti portò cieco questo mio ventre,
come nel grembo, e adesso in croce,
ti chiama amore questa mia voce.
Non fossi stato figlio di Dio
t'avrei ancora per figlio mio".
Il Testamento
Quando la morte mi chiamerà
forse qualcuno protesterà
dopo aver letto nel testamento
quel che gli lascio in eredità
non maleditemi non serve a niente
tanto all'inferno ci sarò già
ai protettori delle battone
lascio un impiego da ragioniere
perché provetti nel loro mestiere
rendano edotta la popolazione
ad ogni fine di settimana
sopra la rendita di una puttana
ad ogni fine di settimana
sopra la rendita di una puttana
voglio lasciare a Bianca Maria
che se ne frega della decenza
un attestato di benemerenza
che al matrimonio le spiani la via
con tanti auguri per chi c'è caduto
di conservarsi felice e cornuto
con tanti auguri per chi c'è caduto
di conservarsi felice e cornuto
sorella morte lasciami il tempo
di terminare il mio testamento
lasciami il tempo di salutare
di riverire di ringraziare
tutti gli artefici del girotondo
intorno al letto di un moribondo
signor becchino mi ascolti un poco
il suo lavoro a tutti non piace
non lo consideran tanto un bel gioco
coprir di terra chi riposa in pace
ed è per questo che io mi onoro
nel consegnarle la vanga d'oro
ed è per questo che io mi onoro
nel consegnarle la vanga d'oro
per quella candida vecchia contessa
che non si muove più dal mio letto
per estirparmi l'insana promessa
di riservarle i miei numeri al lotto
non vedo l'ora di andar fra i dannati
per rivelarglieli tutti sbagliati
non vedo l'ora di andar fra i dannati
per rivelarglieli tutti sbagliati
quando la morte mi chiederà
di restituirle la libertà
forse una lacrima forse una sola
sulla mia tomba si spenderà
forse un sorriso forse uno solo
dal mio ricordo germoglierà
se dalla carne mia già corrosa
dove il mio cuore ha battuto un tempo
dovesse nascere un giorno una rosa
la do alla donna che mi offrì il suo pianto
per ogni palpito del suo cuore
le rendo un petalo rosso d'amore
per ogni palpito del suo cuore
le rendo un petalo rosso d'amore
a te che fosti la più contesa
la cortigiana che non si dà a tutti
ed ora all'angolo di quella chiesa
offri le immagini ai belli ed ai brutti
lascio le note di questa canzone
canto il dolore della tua illusione
a te che sei costretta per tirare avanti
costretta a vendere Cristo e i santi
quando la morte mi chiamerà
nessuno al mondo si accorgerà
che un uomo è morto senza parlare
senza sapere la verità
che un uomo è morto senza pregare
fuggendo il peso della pietà
cari fratelli dell'altra sponda
cantammo in coro già sulla terra
amammo tutti l'identica donna
partimmo in mille per la stessa guerra
questo ricordo non vi consoli
quando si muore si muore si muore soli
questo ricordo non vi consoli
quando si muore si muore soli.
Fernanda Pivano.
Fratello Bob, Fratello Faber
(scritto in occasione dell'attribuzione
del Premio Librex Montale
a Dylan e De Andrè il 26 novembre 2001)
Che cosa posso dire di Bob Dylan
e Fabrizio De Andrè che non abbia già detto in questi ultimi anni,
tanti ormai, in cui hanno occupato la mia passione, i miei sogni,
la mia speranza in un mondo limpido come la passione, i sogni e
la speranza che loro hanno regalato al pianeta? Con poeti così non
si possono neanche fare delle date perché sono esistiti da sempre
ed esisteranno sempre. Non ha date la proposta di gente libera,
fuori dai sepolcri imbiancati, incapace di discriminazioni, con
gli occhi spalancati sulle ingiustizie del mondo, con ironia bruciante
per i falsi poteri e tenerezza senza confini per le debolezze degli
uomini, con inorriditi pensieri per la guerra e ostinate speranza
di non violenza e di pace, con amori incapaci di regole e inerme
pazienza per disgrazie e dolori.
Sembra retorica, eppure non lo è. Il mondo di questi due poeti,
fin dove si assomigliano al di là di qualunque definizione, è fatto
anche di queste cose: denso di un'umanità infinita quello di Fabrizio,
sofferto di disperata sfiducia quello di Dylan; appoggiato su una
speranza continuamente tradita quello di Fabrizio, affondato nella
frustrazione di conversioni anche contraddittorie quello di Dylan.
Realtà insidiosa per la purezza degli uomini quella di Fabrizio,
lacrime solitarie ignare di figli e di amanti quella di Dylan.
Una cosa sicuramente hanno in comune: una specie di spavento, o
forse di pudore, per cerimonie come questa, una specie di incredulità
per lodi alle quali non hanno creduto, un'infinita umiltà, comune
ai grandissimi artisti, ai grandissimi poeti, di fronte a quella
che hanno creduto la loro impossibilità a trasmettere messaggi;
in comune hanno anche l'ironia, a volte beffarda a volte pietosa,
con cui mascherano la loro umiltà.
Mi vergogno un po' di questo tentativo di fissarli nel loro splendore
di farfalle inafferrabili. Mi vergogno perché l'unico modo di riuscire
a definirli è di leggere uno qualsiasi dei loro versi, di fermare
il tempo intorno alle idee come loro hanno saputo fare e in quelle
idee contemplare la realtà che ci hanno suggerito o proposto o vissuto.
Si sono conosciuti bene, hanno ascoltato le loro canzoni, hanno
letto i loro versi. Una volta Dylan ha chiesto a Fabrizio di suonare
con lui e Fabrizio non ha voluto farlo, forse per la stessa ragione
per cui a suo tempo non ha voluto incontrare Brassens; sarebbe bello
credere che si incontrino un giorno negli enormi spazi profumati
dell'eternità e conoscano finalmente la realtà inafferrabile che
hanno inseguito, forse sfiorandola appena, giusto abbastanza da
illudersi di poter continuare ad inseguirla.
La loro è una realtà fatta di cose semplici, di tutti i giorni,
di rispetto per l'amore e la morte, di orrore per l'ipocrisia e
la violenza. Per Dylan la realtà soffia nel vento, si perde nell'alba
jingle jangle, si smarrisce negli occhi azzurri di un figlio andato
lontano; per Fabrizio quella stessa realtà si nasconde nel mare,
dove si cerca di fuggire seguendo i pirati, si nasconde nei vicoli
della città vecchia a via del Campo, si nasconde nel fiume con i
lucci argentati ma senza i cadaveri dei soldati portati in braccio
dalla corrente, nel tentativo ininterrotto del poeta di consegnare
alla morte una goccia di splendore, di umanità, di verità.
E' troppo evidente perché se ne debba parlare l'attenzione bruciante
che Dylan e De Andrè hanno avuto in comune per la marijuana, la
passione che in quegli anni ha colpito l'immaginario collettivo
dei giovani. In Dylan il tema ricorre spesso, ma si può esemplificare
con il famosissimo Mr. Tambourine (1965), che in quegli anni era
diventato una specie di inno nazionale dei giovani. Mr. Tambourine
era l'immagine che ricorreva su una marca di cartine da sigaretta,
quella più in voga tra i ragazzi per prepararsi i joints; e i ragazzi
della canzone sono quelli smarriti di quegli anni, che "non hanno
un posto dove andare", "non hanno nessuno da incontrare" e nel "turbine
della magica nave della droga", che non è ostacolata da altra barriera
che il cielo, e "nella nebbia delle rovine del tempo", permette
di "dimenticare l'oggi fino a domani".
Anche in Fabrizio il tema della droga è ricorrente: nel Cantico
dei drogati (1968) il ritornello ripete quattro volte: "Come potrò
dire a mia madre che ho paura?". Il drogato (ma pare, al di là della
marijuana, già vittima di una droga pesante) striscia verso i fantasmi
"di questo osceno giuoco", sogna "il vento tra le foglie" che sussurra
i silenzi della sera, si chiede "chi / e perché mi ha messo al mondo
/ dove vivo la mia morte / con un anticipo tremendo", e invita chi
lo ascolta a insegnarli "un alfabeto che sia / differente da quello
/ della mia vigliaccheria". In Fabrizio l'immaginario collettivo
non è più colpito da un fenomeno di costume, ma da un problema morale,
con lo spettro della morte incombente, la nostalgia della natura
e della sua dolcezza, la vergogna per la propria debolezza.
L'analogia della droga non è l'unica fra i due poeti. Ricorre in
Dylan come in Fabrizio l'orrore della violenza.
Blowin' in the wind (1963), si sa, è stato composto in dieci minuti
in un caffé di New York ed è diventato l'inno dei diritti civili
del Sud ad un'adunata nel Missisippi alla quale Dylan è stato portato
senza conoscere ancora di persona il problema del Sud. E' tuttora
considerato un canto di protesta, ed è tuttora la sua canzone più
famosa: ormai Dylan si è rassegnato ad usarla per chiudere i suoi
concerti, anche se ne cambia ogni volta le parole. Le parole originarie
dicevano per esempio: "Quante volte devono volare le palle dei cannoni
/ prima che siano proibite per sempre", e poi: "Sì, e quante volte
può un uomo girare la testa / e far finta di non vedere", e "Sì,
e quante morti ci vorranno prima che sappia / che troppa gente è
morta". Domande terribili seguite da una risposta almeno altrettanto
terribile: "La risposta soffia nel vento".
La guerra di Piero (1964) non è meno terribile, ma ancora una volta
è intrisa dell'umanità che non ha mai lasciato Fabrizio. Il giovanissimo
Piero, ucciso da un uomo che aveva "la divisa di un altro colore",
va triste verso l'inferno, "in un bel giorno di primavera", e viene
ucciso per aver aspettato a difendersi di "vedere gli occhi di un
uomo che muore"; viene ucciso "senza un lamento" e si accorge che
il tempo non "sarebbe bastato / a chieder perdono per ogni peccato".
Così dorme "sepolto in un campo di grano", vegliato da "mille papaveri
rossi", in un trionfo della natura, che forse Fabrizio amava sopra
ogni cosa. Di nuovo è il tema della guerra ad accomunare i due poeti
in Masters of War (1963) e La ballata dell'eroe (1961).
Ad ispirare la poesia di Dylan è un risentimento privo di pietà.
I padroni della guerra costruiscono i grossi cannoni, gli aeroplani
di morte, tutte le bombe, ma si nascondono dietro le pareti, dietro
le scrivanie, ed hanno sempre costruito soltanto per distruggere;
si nascondono in casa mentre il sangue dei giovani sgorga dai loro
corpi e finisce nel fango: neanche Gesù potrà perdonare quello che
fanno.
Ad ispirare la poesia di Fabrizio sono invece la disperazione e
la pietà: "Ora che è morto la patria si gloria / d'un altro eroe
alla memoria. / Ma lei che lo amava / […] / d'un eroe morto che
ne farà? / Se accanto, nel letto, le è rimasta la gloria / d'una
medaglia alla memoria". Uno scrittore che non ho smesso di venerare
mi ha insegnato che non si scrive mai con abbastanza semplicità.
Avrebbe amato la semplicità di Fabrizio, qui più nuda di quella
tentata minimalista Raymond Carver, nel descrivere il sopruso, l'ingiustizia,
l'orrore, l'assurdità della guerra.
Con questa semplicità da grandissimo poeta, Fabrizio ha scritto,
già vicino alla morte che lo ha rubato troppo presto, la grande
poesia Smisurata preghiera (1996). Non oso commentarla. Dice: sullo
scandalo delle armi, sulla colonna di dolore e di fumo lasciata
dalle battaglie, la maggioranza (il branco) sta ferma a recitare
un rosario di ambizioni, di paure, di astuzie, di superbia, mentre
chi viaggia in direzione contraria cerca di "consegnare alla morte
una goccia di splendore, di umanità, di verità".
Con questo messaggio, si può dire finale, di uno dei nostri più
grandi poeti del secolo ci congediamo ripetendo con lui: "Ricorda,
Signore, questi servi disubbidienti".
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