-->  Home > Indice interviste > TEATRO OFFICINA - INTRVISTA A MASSIMO DE VITA  
 
 




Come nasce la sua passione per il teatro?

Devo dire onestamente che il mio inizio è stato banalissimo: mi piaceva imitare i professori e recitare le poesie di Giacomo Leopardi soprattutto a Silvia che era la ragazza del terzo banco che mi intrigava molto. Procedendo per salti ricordo che nel 1957- 1958 ho frequentato la Scuola del Piccolo Teatro sotto la direzione di Giorgio Strheler e Paolo Grassi. La qualità di questo grande regista ha inciso profondamente, credo, sulla mio formazione professionale. L'esperienza che però ha profondamente segnato la mia vita professionale e umana è stata quella vissuta con Dario Fo all'interno della Cooperativa Nuova Scena, nata nel '68. Portavamo il teatro dappertutto sul territorio italiano da Trento a Termini Merese, da Verona a Messina, esibendoci nei cinema di periferia, nelle chiese sconsacrate, nei bocciodromi, nelle piazze e nei fienili!Di quell'avventura culturale mi è rimasto dentro il piacere del dialogo, del confronto e dello scontro con le diverse umanità che si confrontavano con noi nei cento paesi e nelle cento città che abbiamo attraversato. Ho imparato in quel viaggio che il teatro se è soltanto un mestiere e non il luogo dove si realizza la tua disponibilità all'ascolto dei bisogni, dei sentimenti e dei pensieri del tuo prossimo, perde ogni significato. Un'altra esperienza fondamentale della mia vita, e ancora mi commuovo nel ricordarla, è legata allo spettacolo che mettemmo in scena a Olevano Lomellina, paese di 800 abitanti in mezzo alle risaie, nel 1996. Eravamo lì per raccontare della vita contadina di quelle terre. Ci siamo fermati per ben sei mesi…sei mesi indimenticabili! Nel primo approccio ci guardavano con sospetto (i contadini sono ricchi di umanità, ma molto sospettosi) perché venivamo visti come un gruppo di intellettuali molto presuntuosi e si facevano sempre questa domanda:"Chissà cosa vorranno questi signori da noi?". Noi chiedevamo solo di raccontarci le loro esperienze, soprattutto, quelle legate agli anni '50 e '60, quando ancora esisteva una vita rurale: vita di paesan, di cavallanti e di mungitori e…di mondine. Giorno dopo giorno hanno capito che noi eravamo come loro: siamo entrati in sintonia ed è nato dell'affetto. Ricordo ancora quel piccolo miracolo la sera in cui si svolse lo spettacolo: pioveva da giorni, avevamo perso ogni speranza. Poi improvvisamente, mezz'ora prima che lo spettacolo cominciasse, smise di piovere. Esplosione di gioia di tutto il paese.

Preferisce dirigere o dirigersi?

Io spesso mi auto-dirigo, ma preferisco dirigere. Mi piace molto dialogare con gli attori che ho intorno. Le parole e le riflessioni che rivolgo a loro sono le stesse che rivolgo a me stesso. Ripeto spesso di non finalizzare il tutto alla tecnica. Noi dobbiamo valorizzare molto la grande risorsa della memoria, che è memoria di sentimenti, di fantasie e di pensieri. Un uomo come un popolo senza memoria è cosa inerte, priva di vita; nulla deve essere lasciato al caso, ogni nostro gesto, ogni nostra intonazione deve avere un senso, una sua profonda motivazione.

Quali sono le difficoltà che ha incontrato il Teatro Officina in tutti questi anni?

Tante. Un'esperienza come la nostra non ha mai ricevuto aiuti continui dalle istituzioni, il più delle volte abbiamo dovuto anticipare i quattrini di tasca nostra. Dal Comune di Milano abbiamo goduto ultimamente di un piccolo contributo (come il Premio Librex Montale ndr) in occasione dei trent'anni del Teatro Officina. Come dire:"Un piccolissimo aiuto per un lavoro durato trent'anni". Stiamo in piedi attraverso mille difficoltà, ma andiamo avanti in letizia. Speriamo ad ogni modo di ricevere, seppur minimo, un contributo annuale, una convenzione, come è avvenuto per tanti altri teatri milanesi.

Cosa pensa del rapporto tra i giovani ed il teatro?

Come dicevo prima una delle attività che faccio più volentieri è quella della formazione e gli interlocutori che privilegio sono proprio i giovani. Con i giovani io mi sento come a casa mia, ma vorrei precisare che sono contrario a chi parla di un teatro per i giovani (come per gli anziani, per le donne in cinta, i geometri, i ragionieri…); è giovane chi sviluppa questo valore di disponibilità umana che si ritrova spesso fra i giovani.
Proprio parlando del Teatro Officina, mi chiedo:"In quali mani sarà in futuro?"
In quelle persone che avranno la capacità di sopportare anche una situazione precaria, che vivono dentro questa gioiosa disperazione, pagano un prezzo, ma si mettono in un percorso che è di servizio all'uomo.

Si cimenterebbe in esperienze cinematografiche?

Premetto che io amo molto il cinema anche se confesso che ci andavo molto di più in età adolescenziale e ammetto che sia più facile annoiarsi a teatro piuttosto che al cinema. Qualche esperienza con il cinema l'ho avuta, ma non so se la ripeterei; un buon ricordo è legato ad un film di Vittorio Orsini "Uomini e No". Facevo la parte di un piccolo personaggio, un anarchico, rapidamente ucciso: dopo soli tre minuti dall'inizio del film. Un exploit di qualità durato troppo poco.

In ultimo una domanda che sta a molti a cuore: cosa pensa che abbia dato in maggior modo a lei, agli attori e al pubblico il Teatro Officina in tutti questi anni?

Un atteggiamento di disponibilità verso gli altri (anche se è difficile amare il prossimo come se stessi) e farsi guidare dalla luce dell'utopia con i piedi però ben radicati in terra.

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