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Intervistiamo Paolo
Vari, regista insieme ad Antonio Bocola del film "Fame Chimica"
1. In molti hanno definito "Fame Chimica"
un film neorealista, quasi pasoliniano. Ti trovi d'accordo con questa
definizione?
Direi di si, il percorso che abbiamo fatto e' stato davvero
lungo, nel casting, nell' approccio ai personaggi, nella scelta
dei luoghi, nella stesura della sceneggiatura. L'intento era quello
di rappresentare una realta' senza fronzoli, con uno stile di tipo
documentaristico. In questo caso direi allora che la definizione
di film di stampo neorealistico si addice a "Fame chimica".
2. Le immagini del direttore della fotografia, Mladena Matula,
sono talvolta sfuocate, disturbanti, nonostante appaia subito ben
chiara la sua come una scelta intenzionale. Come siete arrivati
a questa decisione?
Noi non volevamo estetizzare sulla realta' della storia che
stavamo raccontando. "Fame Chimica" e' un film vero, sincero, e
proprio per questo motivo anche la fotografia doveva essere il piu'
naturale possibile. Volevamo insomma fare una fotografia per cosi
dire vicina ai protagonisti della storia. Per illuminare la piazza,
tanto per fare un esempio, abbiamo fatto cambiare le lampade dei
lampioni, ma non abbiamo aggiunto nulla, in maniera tale che tutto
quanto apparisse il piu' naturale possibile.
3. Come siete arrivati alla scelta di realizzare questo film?
Anni fa avevamo realizzato un mediometraggio, sempre con lo
stesso titolo, che era andato molto bene. L'idea era di dare una
descrizione dei ventenni che vivono in periferia, senza alcun giudizio
di tipo morale. Guardando I ventenni di oggi ci siamo riconosciuti
in loro, visto che anche noi registi veniamo dalla periferia. Ci
ha colpito soprattutto la fortissima carica vitale di questi giovani
che, se da una parte vivono una situazione statica, dall'altra hanno
una grandissima voglia di emergere, di venirne fuori. Fanno gruppo
tra di loro, ma solo per sentirsi meno soli. Bisognerebbe vedere
queste realta' senza alcun pregiudizio. Purtroppo non si fa nulla
per aiutare questi giovani, anzi la tendenza e' quella di reprimere.
Invece non e' mai con la repressione che si risolvono i problemi.
Bisognerebbe incoraggiare questi giovani ad usare le loro grandi
potenzialita' in qualcosa di positivo, come la creativita', in tutte
le sue forme. Solo in questo modo li si aiuterebbe davvero ad evolversi.
Alla fine del film Claudio, uno dei protagonisti, riesce per lo
meno a venire fuori dalla sua situazione.
4. Fame Chimica e' uno di quei pochissimi film italiani che non
racconta di drammi e problemi esistenziali in maniera, diciamo,
"provinciale". Proprio per questo motivo e' una di quelle pellicole
che a mio giudizio potrebbe essere esportata benissimo anche all'estero.
Qual'e' il tuo parere a riguardo?
Noi abbiamo sempre rivendicato questo tuo giudizio al film,
anche se dobbiamo ammettere che all'estero, in tutte le cose e quindi
anche riguardo i film, sono abituati ad un'immagine dell'Italia
da cartolina. Proprio per questo motivo "Fame chimica" potrebbe
stupire il pubblico straniero. Anche perche' fuori dall'Italia i
film indipendenti vanno molto di piu' che qui da noi.
5. Un'altra cosa che mi ha colpito e' il fatto che il vostro
film sia stato molto apprezzato anche da un pubblico per cosi' dire,
conservatore. Come mai secondo il tuo parere?
Il film ha piu' livelli di lettura, ed ognuno puo' identificarsi
in essi. Noi pero' raccontiamo senza giudicare e questo penso sia
il principale motivo per il quale "Fame chimica" viene apprezzato
da un pubblico anche conservatore. Proprio perche', e questo si
lega alla domanda di prima, ci siamo sforzati di rendere universale
il cosiddetto "ballo dei pezzenti". Tutti siamo, in questa societa',
vittime e carnefici. E questo il pubblico lo ha capito.
6. Quali sono state le maggiori difficolta' che avete incontrato
nella realizzazione del film?
Tantissime direi, ma ogni difficolta' si e' trasformata in
una sfida entusiasmante. Abbiamo cercato di mantenere una forte
liberta' artistica e devo dire che ci siamo riusciti. Lavorare con
attori non professionisti non e' stato facile inizialmente, e percio'
ogni scena e' stata preparata con difficolta' e nei minimi dettagli.
Facevamo molte prove ma poi durante le riprese il testo doveva per
forza di cose essere blindato. Abbiamo realizzato questo film scontrandoci
anche con ovvi limiti dovuti al budget di produzione. Anche con
la popolazione del quartiere in cui abbiamo girato (Quarto Oggiaro,
quartiere periferico di Milano ndr) inizialmente c'e' stata un po'
di difficolta'. Loro pensavano che noi fossimo della televisione
e si sa com'e' l'atteggiamento dei media nei riguardi di queste
situazioni periferiche. Gli abitanti del quartiere hanno un atteggiamento
paradossale con la Tv, da un lato infatti la guardano e bevono i
vari programmi che essa propone, ma da un altro lato hanno uno spirito
molto piu' critico del nostro. Quando hanno capito invece che volevamo
realizzare un film senza pregiudizi, ed in ogni caso un film che
volesse fotografare la realta' senza alcun giudizio di sorta ma
che comunque fosse dalla loro parte, hanno iniziato a collaborare.
Anzi penso sia nata una stima reciproca e un'amicizia con molti
di loro.
7. Avete impiegato tanto tempo nella stesura della sceneggiatura?
Tantissimo. La sceneggiatura ha subito molte revisioni. Inoltre,
essendo il soggetto originale, devo dire che avevamo un approccio
con quello che avevamo scritto alquanto timoroso. Sai, se leggi
un libro sapendo che questo libro e' piaciuto, anche nel tradurlo
in un film sai che il pubblico avra' un approccio diverso. Qui dicevamo:
si', il soggetto ci piace, ma piacera' agli altri? E soprattutto
piacera' quando verra' tradotto sul grande schermo? Scrivere un
film da un soggetto originale e' veramente faticoso.
8. Quanto c'e' di Paolo Vari in questo film?
Mia madre dice che di me c'e' veramente moltissimo. Io credo
che i problemi siano sempre gli stessi, ancora una volta salta fuori
il termine "universale". Quando io avevo vent'anni c'era molta piu'
politica in periferia e la cosa forse ci aggregava di piu', ma i
problemi che vivevamo erano sempre gli stessi. Vedo pero' che tra
i ventenni di oggi c'e' veramente molta umanita', e questo mi rende
molto speranzoso per il futuro.
9. Proprio riguardo questa umanita' di cui sei speranzoso, credo
che "Fame chimica" sia soprattutto un film d'amore. L'amore tra
due amici, tra un ragazzo e una ragazza, tra un padre e un figlio….
Sono d'accordissimo, e' un film permeato d'amore.
10. Come definiresti il rapporto tra il padre del protagonista
e il figlio?
E' un bellissimo rapporto, contrastato come in tutte le famiglie,
visto che parliamo di rapporti intergenerazionali. Ma e' proprio
il padre che da' la spinta, forse involontariamente, a suo figlio
a cambiare, ad uscire fuori dalla situazione, a reagire. C'e' sempre
una possibilita' di riscatto per ogunuo di noi, anche nelle situazioni
piu' disperate. Il padre rappresenta un po' quella vecchia sinistra
che, pur continuando ad avere dei valori, e' ormai incapace di leggere
la realta' che la circonda. Il figlio sente questa rabbia del padre
e spinto da questi si libera da quelle catene che lo tengono legato
ad una situazione precaria.
11. Pensi che in futuro potra' rinascere il cinema indipendente
in Italia?
Credo di si', ma per farlo il cinema indipendente ha soprattutto
bisogno di raccontare la realta' che gli sta intorno. Chi produce
cinema ha bisogno di dare invece fiducia ha chi ha il coraggio di
affrontare queste tematiche.
12. Com'e' nato il tuo amore per il cinema?
Avevo 15 anni, e vedevo il cinema come una forma d'arte, e
come tutte le forme e d'arte lo vedevo come uno strumento di comunicazione.
Poco alla volta me ne sono innamorato. In seguito ho fatto il DAMS
ed ho incominciato a lavorare realizzando dei domumentari. Ho visto
che, realizzando documentari che parlavano dei nostri costumi societari,
il pubblico si interessava sempre piu' alle varie situazioni della
gente. Cosi', tra enormi difficolta', siamo arrivati a realizzare
questo film.
13. Quali sono i tuoi registi preferiti?
Sono tanti, in primis direi Scorsese, il regista che mi ha
fatto innamorare del cinema. Di seguito direi Kubrick, Bunuel, Pasolini.
Amo moltissimo i film che parlano della societa', ma anche i film
che, pur non esprimendo sempre un concetto, riescono ad emozionarti
e farti dimenticare la realta' nelle due ore in cui li vivi. In
questo amo moltissimo i film americani.
14. Cosa pensi della situazione cinematografica attuale?
In giro ci sono tantissimi buoni film, purtroppo per ragioni
di mercato qui da noi arrivano solo quelli che combaciano con un
determinato standard. Anche qui in Italia sono stati e vengono realizzati
tantissimi film di grandissima fattura, ma il vero problema sta
nella distribuzione. Come detto prima lo sforzo di noi registi indipendenti
sara' in futuro quello di spingere verso una determinata direzione
che, nelle poche situazioni in cui e' riuscita a passare, interessa
sempre di piu' al pubblico cinematografico.
15. Cosa pensi della situazione culturale milanese attuale?
Milano sta perdendo l'anima. La situazione culturale e' pessima,
oramai per ritrovare una certa voglia di fare devi recarti nelle
case, perche' in giro non ci sono piu' punti di aggregazione. Tutto
e' dominato da gente che definire abominevole e' un eufemismo. La
nostra generazione pero' credo abbia superato questa cosiddetta
sconfitta, e c'e' una voglia sempre maggiore di ricrederci, di ricominciare.
I giovani d'oggi invece, come ho detto prima, ci credono ancora
di piu', ed e' propio il messaggio che vogliamo esprimere nel nostro
film: superare, attravreso la carica vitale, la sconfitta. Per il
futuro di Milano quindi sono molto speranzoso, anche se ci vorra'
del tempo. Una citta' invece molto interessante e' Napoli, li' c'e'
una grande voglia di fare, si creano dei tessuti di relazione molto
interessanti. Culturalmente e' una citta' viva.
16. Quali sono I tuoi progetti futuri?
Un altro film sicuramente. E, legato a questo, formare una
struttura produttiva piu' professionale.
Intervista a cura di Giampaolo
Abbiezzi
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