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D: Come nasce la tua passione per
la letteratura?
R: Si risale alle elementari, con
una mia gran voglia di
inventare storie e di raccontarle.
Sempre alle elementari ho
iniziato anche a leggere molto, sopratutto
Mark Twain, Enid
Blyton e Isaac Asimov. Mio padre allora
era un appassionato
di fantascienza e, oltre a stimolarmi
nell'utilizzo della
fantasia, mi passava anche i libri.
Ma e' stato in seconda
media che ho scoperto che, scrivendo
quelle storie che
inventavo, potevo rileggerle e riviverle
quando volevo.
In vacanza avevo conosciuto la mia
prima amichetta, che
viveva in un'altra citta: ogni volta
che scrivevo di lei era
come se fossi in sua compagnia.
D: Cosa pensi della situazione culturale
italiana? E nello
specifico letterario?
R: C'e' troppo distacco tra chi fa
cultura e chi ne fruisce:
chi fa cultura vorrebbe che gli altri
si limitassero a
fruirne senza un rapporto dialettico.
Cosa che non succede,
invece, nella realta' culturale anglosassone
e statunitense,
dove professione e titoli di studio
o accademici non
precludono la possibilita' di parlare
di letteratura ad un
livello paritario con un docente universitario,
uno
scrittore o anche un Nobel.
Per quanto riguarda scrittori e poeti,
gli autori alle prime
prove non dovrebbero starsene chiusi
in casa e mandare
subito i loro manoscritti alle grosse
case editrici.
Dovrebbero parlare, confrontarsi,
scrivere manifesti,
iniziare dal piccolo di giornali e
case editrici
indipendenti e lasciarsi scoprire;
dovrebbero ricominciare a
frequentare i caffe' e fare che nascano
spontaneamente dei
nuovi movimenti.
D: Quanto c'è di autobiografico nei
tuoi racconti?
R: Fino ad ora troppo. Adesso sto
cercando di staccarmene.
D: Ci parli del tuo ultimo romanzo?
R: Quella di "Sweet little sixteen"
e' una storia la cui
idea mi era venuta verso la fine del
1987; ma allora avevo
una cultura politica ed un'esperienza
di vita ancora troppo
scarse per poterla scrivere. E' un
thriller, quindi non
posso rivelare piu' di tanto: posso
solo dire che, attorno
alla trama, ho cercato di dipingere
sia Milano, la citta' in
cui vivo e che amo, sia i giovani
della mia generazione che
vi vivono; ci sono tutte quelle incertezze
professionali e
sentimentali che abbiamo e che
siamo accusati di avere
rispetto alla generazione dei nostri
padri, ma anche la
scoperta che la fragilita' e gli errori
non appartengono a
nessuna generazione in particolare.
Ora, comunque, sto scrivendo qualcosa
di completamente
diverso, che apre la strada nella
direzione che voglio
tenere anche per il futuro: "Il cuore
e la feluca" sara' una
commedia sentimentale d'ambiente goliardico,
che avra' molto
a che spartire con Shakespeare, Joyce
e con il college novel
inglese e che non avra' assolutamente
niente a che vedere
con il thriller.
D: I tuoi racconti hanno tutti il
cosiddetto lieto fine.
Questa cosa nasce dal caso o è voluta?
R: No, non credo che i due romanzi
che ho pubblicato abbiano
un lieto fine. Certo il protagonista
arriva sempre allo
scioglimento della vicenda, ma in
entrambi al prezzo della
perdita del vero amore.
D: Cosa pensi dell'editoria indipendente?
R: Ne leggo parecchia. C'e' il rischio
di trovare del
dilettantismo, ma spesso si trovano
anche ottime cose.
Sopratutto bisogna considerare che
nelle edizioni
indipendenti non si trovano solo autori
alle prime opere, ma
anche validi autori del passato ignorati
dalle majors.
D: Hai dei poeti e degli scrittori
preferiti? Se sì, quali?
R: I miei poeti e scrittori preferiti
sono distribuiti tra
il Settecento e il primo trentennio
dell'Ottocento; si
tratta sopratutto di preromantici
inglesi, tedeschi ed
italiani a volte noti, a volte minori
scoperti nel corso
delle mie ricerche bibliografiche.
Ci sono poi i libertini
ed i bohemien francesi e gli scapigliati
milanesi. Amo
leggere questi autori d'altri tempi
per staccare un po' la
spina del presente, per passare qualche
ora pensando con i
loro ritmi ed il loro linguaggio.
Inoltre riuscire a calarsi
in loro, spogliandosi dei pregiudizi
e delle conoscenze del
ventunesimo secolo, consente una chiave
di lettura
alternativa della realta'; non sempre
da approvarsi,
chiaramente, ma di certo utile.
Ernest Hemingway, invece, rimane sempre
il mio maestro di
scrittura.
D: Quali sono i tuoi progetti futuri?
R: Per quanto riguarda lo scrivere,
ora sono completamente
immerso in "Il cuore e la feluca".
Ma sto anche preparando
due cicli di conferenze: uno su Giacomo
Leopardi, che avra'
inizio il 14 gennaio, ed uno sulla
nascita del romanzo
gotico inglese che si svolgera' a
primavera.
D: I tuoi racconti, soprattutto l'ultimo,
sembrano molto
hollywoodiani. Hai mai pensato di
ambientarli negli Stati
Uniti?
R: No, per il semplice fatto che non
conosco gli Stati Uniti
e sembrerebbero delle forzature con
molti luoghi comuni
prima a me che agli altri. Sono invece
convinto della
necessita' di portare in Italia i
canoni narrativi
anglosassoni e, quindi, anche holliwoodiani.
D: Sei d'accordo con l'espressione
proustiana che la
cultura, in tutte le sue forme, salva
la vita?
R: no, assolutamente. Conosco gente
completamente priva di
cultura, ma molto piu' serena ed in
gamba nelle cose
pratiche di me. Saper giocare di freno
e frizione e sapere
come funziona un impianto domestico
del gas salva la vita;
la cultura da' piacere.
Luca Gandolfi vive a Milano, dove
e' nato nel 1969. Con la casa
editrice romana Proposte Editoriali ha pubblicato due romanzi:
"Matricola 375161" (2001) e "Sweet little sixteen" (2003);
inoltre, sempre con la stessa casa editrice, nel 2002
ha pubblicato "Hemingway in Italy: world war I", una breve
guida in lingua inglese alla milano di Ernest Hemingway.
Accanto all'attivita' di scrittore
tiene conferenze sui
classici della letteratura presso
librerie ed associazioni culturali
e gestisce, via internet e alle bancarelle della
milanese Piazza Diaz ogni seconda
domenica del mese, una libreria
antiquaria dal nome "Il vento nei salici".
Intervista a cura di
Joe Verni
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