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Eraldo Baldini

Intervistiamo Eraldo Baldini, il cui ultimo sconvolgente e bellissimo romanzo "Nebbia e Cenere" è appena uscito con Einaudi Stile Libero.

"Nebbia e cenere" appare un romanzo cupo, senza speranza. Non vi è nemmeno una possibilità di fuga da parte dei personaggi, come spesso accade a livello letterario o cinematografico in storie di questo genere. Da dove nasce l'idea di questo racconto così disperato?

Dalla constatazione di come sia facile, oggi, sentirsi inadeguati, frustarti, perdenti. Viviamo in una società in cui, anche al livello dei piccoli paesi, sono saltate le reti salutari della solidarietà e della socialità. Per cui ritengo che la storia che ho raccontato sia molto verosimile, per quanto amara e angosciante.

Quanto c'è di Eraldo Baldini in "Nebbia e cenere" e nei suoi libri in generale?

E' buona cosa sfuggire ad ogni tentazione autobiografica, quando si scrive narrativa: però è anche inevitabile che, nelle storie raccontate e nei personaggi messi in campo, compaiano esperienze personali dell'autore. "Nebbia e cenere" è stato iniziato anni fa, dopo che una mia storia amorosa importante era finita causandomi grande dolore. Per cui le prime stesure del romanzo erano orrende, non avendo ancora, io, acquisito il distacco necessario dalla storia "vera". Di mio nel libro, poi, ci sono diversi episodi dell'infanzia. Per fortuna non ho mai avuto una sorella pazza, né un padre bigotto, come Bruno; però ho avuto un nonno identico a quello del protagonista, e molte delle storie che riguardano Bruno bambino le ho vissute io in prima persona. E poi c'è l'esperienza della vita in un piccolo paese di provincia: e questo elemento è riscontrabile in quasi tutte le cose che scrivo.

Il tema del romanzo sembra seguire quel filo "kubrickiano" emblematicamente espresso in "Lolita": l'incapacità dell'essere umano di scrollarsi di dosso le proprie ossessioni, nel non riuscire ad accettare la realtà, andando così verso un'inevitabile autodistruzione. Si trova d'accordo?

Le ossessioni possono anche essere di stampo costruttivo, e permettere grandi risultati. Nel caso del mio romanzo, però, si tratta di un'ossessione morbosa che annulla ogni orizzonte, ogni speranza, direi ogni razionalità. Il protagonista è un perdente che non è riuscito a concretizzare nessuno dei propri sogni, e che ha focalizzato tutte le sue frustrazioni sulla perdita di un amore. A quel punto il meccanismo ossessivo non ha via di ritorno, e diventa distruttivo e autodistruttivo.

Il tema della frustrazione amorosa è molto attuale nella società d'oggi. Quanto si è ispirato alla realtà e quanto c'è di fantasia?

Non c'è molta fantasia, il romanzo ovviamente non è vero, ma come ho già detto è verosimile. La cronaca purtroppo ci offre quasi quotidianamente una buona dose di tragedie che maturano nella sfera delle coppie, delle famiglie, degli affetti. C'è una terribile difficoltà, oggi , nell'affrontare l'insuccesso, in qualsiasi campo. E' anche questo che ho guardato scrivendo il romanzo.

In riferimento alla domanda precedente, come mai a suo giudizio oggigiorno accadono così tanti drammi legati al rapporto di coppia?

Non per essere banale, ma credo che sia nel giusto una risposta ormai molto diffusa: c'è una crisi di ruolo da parte dell'elemento maschile, impreparato ad accettare le sconfitte; e poi spesso le coppie o i nuclei familiari vivono affettivamente e socialmente quasi isolati, in un mondo in cui ci si incontra sempre meno e si sta sempre di più tra quattro mura a guardare la televisione.

Christian sembra essere l'alter ego di Bruno, il protagonista. Sembra quasi volergli dire inconsciamente, con la sua fuga: "è inutile Bruno accettare la realtà. Scappare o cercare di superare le difficoltà non cambierà la situazione". Si trova d'accordo?

Il romanzo è anche un gioco di specchi. Christian può essere considerato l'alter ego di Bruno adulto, Francesco l'alter ego di Bruno bambino, Martina riflette Serena, eccetera. Ognuno di questi personaggi lancia messaggi che certamente il lettore saprà cogliere.

Prima di questo romanzo lei si è fatto conoscere soprattutto per i suoi racconti horror e le sue favole per bambini. E' d'accordo con la definizione di Bruno Bettelheim che, proprio in virtù di una sua atemporalità, la favola è una di quelle forme artistiche che scava più in profondità dell'animo umano, riuscendo a cogliere quel "puer aeternus" presente in ciascuno di noi?

Io in realtà non ho mai scritto fiabe per bambini: ho semplicemente curato una raccolta in 5 volumi di fiabe raccolte dalla voce di anziani in Romagna, e quei testi, come tutte le favole appartenenti al patrimonio della narrativa popolare orale, non erano rivolti solo ai bambini, ma a tutti. Proprio per questo la definizione di Bettelheim è ancora più vera: passando attraverso archetipi fondamentali, la fiaba raggiunge l'animo umano nel profondo, senza limiti di età, senza barriere. Tra l'altro ci sono fiabe popolari che possono essere considerate capolavori della narrativa in assoluto.

E' d'accordo con la definizione di Lovecraft: "Il sentimento più forte dell'animo umano è la paura, e la paura più grande è quella dell'ignoto"?

Come non essere d'accordo? Non esistono emozioni tanto forti e immediate come la paura, soprattutto se questo sentimento riesce a disarmarci completamente, ed è questo il caso dell'incontro traumatico con l'ignoto.

Da dove prende ispirazione per i suoi racconti?

Una fonte particolarmente proficua è tutto il patrimonio della nostra cultura popolare, densa com'è di suggestioni, di storie, di figure interessanti: un materiale che conosco bene, essendo un antropologo culturale che ha pubblicato molti saggi sull'argomento, ed essendo tra l'altro nato e cresciuto immerso in quella cultura. Tutto il resto è vita, come direbbe qualcuno… nel senso che ogni incontro, ogni emozione, ogni cosa vista, sentita o osservata può essere fonte di buone idee.

Quali sono i suoi progetti futuri?

Ho appena terminato di scrivere, insieme a Giampiero Rigosi, la sceneggiatura di un film a episodi tratto da miei racconti. Si dovrebbe cominciare a girarlo in Svizzera nei primi mesi del 2005, con un ottimo cast. Poi mi sto accingendo a scrivere il prossimo romanzo: sarà un ritorno al genere "gotico rurale".

Cosa pensa della situazione culturale italiana e dell'Emilia-Romagna in particolare?

Attualmente dal governo del Paese giungono segnali poco incoraggianti: la cultura viene quasi ritenuta un bene superfluo, per non dire un ingombro. Gli enti locali, ormai stremati dalla mancanza di fondi, fanno quello che possono. In particolare però mi pare che l'Emilia Romagna, seguendo una propria costante linea politica e civile, si distingua in modo molto positivo. Per cui sono contento e orgoglioso di essere nato e di vivere in questa Regione.

Ha dei poeti preferiti? Se sì, quali?

Uno fra tutti, Giovanni Pascoli. Nei suoi riguardi ci sono state e ci sono anche critiche ingiuste: secondo me va rivalutato, non è così "datato" come qualcuno sostiene, perché la sensibilità e il grande uso della parola non invecchiano mai. Lo ritengo straordinario.

E' d'accordo con chi afferma che l'Unione Europea o fra i popoli in generale potrà realizzarsi solo attraverso la cultura?

Una unione dei popoli, o perlomeno un loro comprendersi meglio, può e deve passare attraverso la cultura. Purtroppo i governi e i potentati politici ed economici non la incoraggiano, anzi… Per cui non sono molto ottimista, a meno che non venga proprio dal basso la spinta a superare le divisioni.


Eraldo Baldini è nato e vive a Ravenna. Tra i suoi libri Mal'aria (1998), Faccia di sale (1999), Gotico rurale (2000), Terra di nessuno (2001), sono pubblicati da Frassinelli; Tre mani nel buio (2001) e Bambine (2002) da Sperling&Kupfer. Con Einaudi Stile Libero ha pubblicato Medical Thriller (2002 con Carlo Lucarelli e Giampiero Rigosi) e i bellissimi racconti di Bambini, ragni e altri predatori (2003).

Il suo sito internet è www.eraldobaldini.it

Intervista a cura di Giampaolo Abbiezzi