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SPECIALE INTERVISTA
Alcune domande a Fabio Boverio, giovane regista teatrale.
Come è nata la tua passione per il teatro?
Quasi per caso, oserei dire. Ho sempre amato la letteratura e la
forma espositiva della scrittura, così un giorno imprecisato della
mia terza media, l'insegnate di italiano mi propose di leggere un'opera
di Shakespeare, era convinta mi sarebbe piaciuta. Devo dire che
aveva ragione: in breve lessi le principali opere di quell'autore
e sentì che qualcosa di quel mondo faceva per me, benché dovetti
aspettare altri due anni e un corso di illusionismo per capire cosa…
Quali sono i tuoi autori teatrali preferiti?
Archiviamo la prima risposta che sarebbe banale, ovvero Shakespeare,
e passiamo agli altri. Non ci sono autori che preferisco nel vero
senso della parola, ma piuttosto opere che in momenti della mia
vita mi chiamano maggiormente. Fra esse indubbiamente Cyrano, Caligola,
Macbeth, Edipo re. Col passare del tempo mi rendo conto che la cosa
che più mi affascina nella scelta di un testo è soprattutto il rapporto
che ha con "l'umano" in senso stretto, con la consapevolezza che
la vita è grandiosa e a noi è dato di viverne solo un istante, di
brillare per una frazione di secondo e di voler lasciare qualcosa
dietro di noi. Questo al di là delle belle parole con le quali l'autore
sviluppa la sua trama e al di là dell'apparato scenico retrostante.
E nell'indagare le passioni e le motivazioni dell'agire umano gli
antichi sono sempre un passo avanti: oggi si pensa alle trasformazioni
e al progresso, loro trovano ciò che al di là delle epoche rimane
immutabile e profondo. Non c'è un'ottica che sia migliore dell'altra,
ma se vuoi partire, è bene che tu sappia cosa lasci e cos porti
dietro.
Preferisci dirigere commedie o tragedie?
Anche qui dipende -io credo - dalla disposizione d'animo in cui
ci si trova nel momento in cui si mette mano a un testo. Dato che
la "messa in scena" è qualcosa di diverso da una "regia", nella
prima basta trasporre gesti e parole in modo dinamico e fluido su
di un palco, ma nella seconda ci deve essere qualcosa di urgente
che guida la scelta dell'opera e quindi del taglio che le vogliamo
dare e il colore dominante con il quale vogliamo dipingere la tela.
Quando feci due anni fa la regia di "A porte chiuse" di Jean Paul
Sartre, la mia esigenza era quella di far emergere dall'opera il
forte egoismo e l'inteso disinteresse per gli altri che permea il
testo. Venne un lavoro scarno e crudo, a tratti fastidioso e "scomodo".
Dopo un anno invece, vivendo un periodo appagante decisi di mettere
mano a "Molto rumore per nulla" di Shakespeare, dove quello che
mi ha interessato emergesse era proprio la vitalità, l'energia,
la giocosa gioia di una giornata di sole.
La preferenza dunque?
Forse in termini assoluti alle tragedie, perché toccano le corde
eterne dell'animo e vanno a pesare i valori che sono comuni a tutti.
Anche se forse, le migliori opere sono proprio quelle che sanno
mescolare sapientemente i due generi: nel teatro, come nella vita,
niente è mai solo bianco o nero.
Al di fuori del contesto storico in cui è inserita, l'opera di Shakespeare
appare più contemporanea che mai. Qual è la tua opinione in proposito?
Senza voler cadere nella banale consapevolezza che i classici sono
sempre attuali, cosa per alcuni versi assolutamente vera, penso
che oggi più di ieri si senta l'esigenza di vivere storie epiche
e che trattino di temi universali e grandiosi. In fondo, tra un
Amleto ben fatto (cosa difficile da trovare) e "Il signore degli
anelli" non c'è molta differenza: entrambi esaltano quella parte
di noi che la società moderna tende a reprimere o ad annullare.
Un duello con la spada, morire per un ideale, essere gelosi o perfidi
in maniera chiara e profonda è cosa che oggi non ci è più dato vedere,
ma di cui l'uomo, al di là degli anni, ha sempre bisogno. Forse
andare a vedere Shakespeare o metterlo in scena non è far risorgere
un defunto ad oltranza, ma porre a lui una precisa richiesta, e
cioè quella di permetterci ancora un volta di provare quelle emozioni
che ci sembrano solo inventate, di permetterci di credere che c'è
stato un tempo e che ci può essere un tempo, nel quale quelle cose
possano ancora esistere. Questo è quello che definirei il "bisogno
fondamentale di teatro".
I giovani affollano sempre di più i teatri e in generale sembra
crescere un maggiore interesse verso la cultura in generale. Come
mai a tuo avviso?
Be', se devo essere sincero non mi trovo d'accordo con questa affermazione.
Se da un lato le mostre di pittura e taluni convegni di ricerca
vengono ad annoverare un maggior numero di giovani, si deve forse
alla maggiore cultura umanistica che si sta cercando lentamente
di instillare nelle università tramite nuovi corsi di laurea, che
prevedono quelle materie nel loro piano di studi, o nel tentativo
di ridare nuovo lustro alle antiche (come filosofia di cui faccio
parte, o lettere). Tuttavia il teatro rimane sempre ed in maniera
preoccupante un ambito culturale di nicchia. E qui è doverosa una
precisazione: io non considero teatro i Musical, Zelig, Bulli e
Pupe ecc…, quello non è teatro, è avanspettacolo che dal piccolo
schermo si trasferisce nei grandi palchi delle città. Lo dico senza
nessun tipo di critica o di polemica, semplicemente è una forma
di spettacolo che si svolge su di un palcoscenico, ma che non ha
nulla a che vedere con il "teatro" inteso comunemente. Quest'ultimo
è invece ritenuto noioso e pesante, solo per usare due termini che
sono entrati nell'immaginario collettivo quando si pensa a teatro
"di prosa". Il guaio è che il pubblico ha ragione. E' diventato
talmente difficile trovare spettacoli di qualità, che non siano
fatti solo per le elucubrazioni mentali del regista o degli attori,
che tutto ciò che si vede o è il retaggio del teatro borghese degli
anni sessanta, oppure è incomprensibile. Quello che si è perso è
il piacere di raccontare storie e di entrare in contatto con chi
è spettatore. Si vedono per fortuna performance veramente valide,
ma sono solitamente spopolate, perché non richiamano folle di spettatori
a causa della mancanza di nomi altisonanti. I ragazzi che oggi vanno
a teatro sono quelli, per la maggior parte, che affollano le scuole
di recitazione, ed anche questo è un male. E' un male perché chi
fa teatro si adegua ad un pubblico di "tecnici" e "critici" perdendo
di vista le persone reali per cui dovrebbe fare spettacolo, e questo
porta sempre più a elaborazioni tecniche e elucubrazioni sui concetti.
Si può solo sperare che col tempo, queste generazioni di aspiranti
attori trasmettano la loro passione e che così facendo il teatro
torni ad essere un luogo di incontro collettivo dove condividere
esperienze.
Quali sono i tuoi progetti futuri?
Molti. Adesso sto tenendo un arco di seminari mirati alla formazione
dell'attore e tra poco inizierò un laboratorio su Macbeth. Per ora
lavoro gratis -e per mia precisa scelta- con gruppi ristretti di
persone che non voglio superino le dieci a progetto; questo per
riuscire a studiare con maggiore serietà. Più che desiderare una
compagnia, il mio lavoro si orienta nel creare un nucleo forte di
persone motivate a fare teatro nella vita, e non come seconda scelta;
persone che siano generose e che desiderino studiare con umiltà
e rigore. Tra le regie future sarebbe interessante affrontare "Misura
per misura", uno dei testi meno conosciuti di Shakespeare, e "Death
and dancing" di un'autrice contemporanea. Ma per ora mi concentro
sul presente, il lavoro è sempre molto e impegnativo. E poi, come
disse un mio insegnate qualche anno fa "il dopo, viene dopo".
Intervista a cura di Giampaolo
Abbiezzi
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